Teheran, trovato morto l’ayatollah scomodo che appoggiava i ribelli

Lo incontrai tre anni fa. Hossein Ali Montazeri era un soffio di voce in una fragile gabbia di pelle e ossa. Scivolava piegato dall’asma tra i libri e scrivanie di quell’antica, frugale residenza nel cuore della città santa di Qom, in Iran. Mi scrutò come un fantasma da dietro gli occhiali in cinemascope mentre io, piegato davanti a lui imploravo un’ intervista. Incrociai il suo sguardo. Era l’ultimo fuoco di quel corpo raggrinzito. Due occhi stanchi, ma capaci di scavarti dentro. Gli occhi del Grande ayatollah che un tempo insegnò religione all’imam Ruollah Khomeini. Non rispose neppure. Alzò sul mio capo la manina da mummia tremula e mi congedò in un sussurro di fatica: «Sei italiano, salutami il Papa, Dio ti benedica».
L’ayatollah Montazeri se n’è andato nel sonno a 87 anni. Per la gioia, e per la paura di Ali Khamenei, l’usurpatore che vent’anni fa gli rubò il titolo di erede di Khomeini. La maledizione di Montazeri è tutta nel suo funerale. Inizia stamattina ed è il grande appuntamento dell’opposizione. Vi partecipano Mir Hossein Mussavi e Mehdi Karrubi; è l’ultimo saluto al Grande ayatollah bandito dal regime, ma promosso a guida spirituale dall’onda verde. Quando la scorsa estate si diffondono le voci sulla spietata repressione, Montazeri è il primo a schierarsi: «Un sistema politico - scrive - basato sulla forza, l’oppressione, la frode, l’uccisione e l’uso di torture medievali e staliniste è illegittimo e va condannato». Stamattina l’altra «guida», l’Ali Khamenei che gli scippò il titolo di «supremo» deve decidere come difendersi da quel fantasma. Decidere se far finta di nulla o rischiare l’indignazione degli ayatollah di Qom spedendo legioni di pasdaran e miliziani basiji a «blindare» la città santa e l’ultimo addio al grande rivale. Comunque vada avrà perso, avrà dimostrato la sua debolezza. Montazeri del resto è la sua bestia nera. Nel1989, quando l’Assemblea degli esperti deve scegliere l’erede dell’imam, lui Khamenei è un semplice «hojatoleslam» due gradini sotto a quel rango di grande ayatollah indispensabile per la nomina. Per promuoverlo a Suprema guida ci vogliono le acrobazie istituzionali del presidente Ali Akbar Rafsanjani e una modifica della costituzione di cui il grande ayatollah Montazeri è stato teorico e ispiratore. Quando l’illustre sconfitto osa ricordargli che comanda senza averne titolo, Khamenei si vendica seppellendolo nella casa di Qom, costringendolo per cinque anni agli arresti domiciliari. Ma far star zitto Montazeri non è facile e la storia lo dimostra.
Nel 1987 quando è ancora l’erede designato di Khomeini è il primo a chiedere la legalizzazione dei partiti politici, denunciando il fallimento della Rivoluzione e dei tentativi di esportarla. «Dobbiamo ispirare il mondo con il buon esempio - dichiara - non addestrando e armando gruppi armati». La resa dei conti arriva alla fine dell’estate del 1988, quando denuncia le esecuzioni di massa di migliaia di prigionieri politici, auspica una politica più aperta e liquida con una battuta la fatwa per l’assassinio dello scrittore Salman Rushdie: «La gente nel mondo si sta facendo l’idea che la principale attività dell’Iran sia uccidere le persone». Due giorni dopo un Khomeini furioso «dimette» il proprio successore e gli revoca il titolo di grande ayatollah. Cancellando il proprio maestro Khomeini elimina l’architetto dell’architrave sui cui si regge il potere. L’architrave, introdotta nella Costituzione da Montazeri, il velayat e faqih, il concetto di suprema magistratura che concede alla Suprema guida la capacità di discernere bene e male. Una capacità quasi divina e fonte di potere assoluto. Ma anche un potere assai facile da delegittimare. Quando Khamenei manda basiji e pasdaran ad arrestare e torturare i manifestanti che contestano il risultato elettorale, a Montazeri basta una frase per destituire di ogni autorità il vecchio nemico. «L’ingiustizia è l’opposizione intenzionale all’insegnamento religioso, a ogni fondamento di ragionevolezza e razionalità, a quel consenso che rappresenta la legge. Chi si oppone a questo principio non è più qualificato a governare».