Il telefono? È diventato un megafono

La tecnologia informatica, la libertà di comunicazione, l’umana curiosità di conoscere i fatti degli altri non ci libereranno mai più da quel particolare modo di entrare nella vita privata delle persone che oggi si chiama intercettazione telefonica e domani avrà un altro nome soltanto perché userà un altro metodo. Più che doveroso farne una questione politica, e normale il desiderio di trovare dei correttivi che pongano dei limiti all’invasione del nostro mondo privato.
I correttivi non sarà difficile individuarli attraverso l’introduzione di una legge. Sono i limiti che verranno sempre e comunque oltrepassati, perché noi ci illudiamo di poter controllare gli apparati tecnologici, mentre noi siamo controllati da essi; perché, pur credendo che tra le nostre libertà democratiche ci sia anche quella di limitare la libertà di comunicazione, in più occasioni abbiamo però visto che questo limite è chiamato «censura», cosa inaccettabile dalla nostra cultura; perché l’umana curiosità di sbirciare dal buco della serratura è una nostra ineliminabile caratteristica, come il fatto di avere un naso e due orecchie.
Se, dunque, mettiamo insieme questi tre aspetti tipici della nostra modernità e della nostra antropologia ci accorgiamo che il fenomeno invasivo e devastante delle intercettazioni telefoniche non è arginabile, e che, semmai, un domani quel fenomeno sarà ancora più sofisticato e complesso.
Incominciamo a considerare gli apparati della tecnologia. L’affermazione più banale è quella con cui si sostiene che, essendo un’invenzione dell’uomo, essa è al suo servizio. In realtà noi siamo da essa condizionati; tutti i nostri comportamenti vengono da essa ridefiniti. Si prenda, per esempio, il telefonino: un tempo non esisteva, l’abbiamo inventato noi, ma ha finito per condizionare i nostri comportamenti al punto che non riusciamo più a farne a meno. Lo stesso esempio si potrebbe fare con una semplicissima automobile. Insomma, la nostra vita, il nostro modo d’essere viene determinato dalla tecnica e dalla tecnologia con una inequivocabile caratteristica: indietro non si torna. Non si potrà, cioè, mai più fare a meno della macchina, del telefonino, eccetera: eventualmente verranno perfezionati in modo più sofisticato, creandoci maggiore dipendenza.
Le intercettazioni telefoniche sono un terribile ed efficace strumento tecnologico di indagine, di cui ormai si è dipendenti: si potranno punire gli abusi, come si punisce l’eccesso di velocità in macchina, ma nessuno ce ne libererà più. Anche perché entra in gioco il secondo aspetto: la comunicazione. C’è il diritto di cronaca, la libertà d’informazione: l’intercettato sarà trattato alla stregua di chi riceve un «avviso di garanzia». È già messo alla berlina, è già condannato solo perché una sua frase intercettata telefonicamente è finita, in ossequio alla libertà di stampa, sui giornali.
E poi c’è la curiosità umana, che invece di essere educata alla moderazione e al buongusto viene esaltata. Non fanno proprio questo i reality show? Il buco della serratura diventa un grande teleschermo dentro il quale possono guardare milioni di persone, soddisfando la loro morbosità.
Le intercettazioni telefoniche sono un grande reality show che nessun autore televisivo sarebbe mai stato in grado di programmare a quei livelli di fantasia e di novità.
Pensare che tutto questo possa finire con la buona volontà di una giusta legge, è da ingenui. L’unica vera difesa dalla barbarie dei reality show costruiti attraverso le intercettazioni telefoniche sarà la diffidenza e il sospetto. Non dovremo più considerare il telefono uno strumento di comunicazione privato, ma un megafono: telefonare è come parlare ad alta voce in piazza. Consapevoli di questo, cambieremo le nostre abitudini.