Teleguidati dall'Iran

Ci sono pochi punti di riferimento che possano spiegare quello che sta succedendo nel Libano dove una lunga serie di manifestazioni anti governative organizzate dagli Hezbollah sembra trascinare la Repubblica dei Cedri in una nuova guerra civile. Ci sono però due detti politici che nel loro cinismo possono servire da guida. Il primo afferma che si può sempre comperare un libanese, ma mai possederlo; il secondo che il Libano è il campo dove si combattono le guerre teleguidate altrui.
Il primo detto si applica a meraviglia a quanto succede nel campo cristiano dove - con la benedizione della suprema guida della Repubblica sciita iraniana - gli Hezbollah sono stati ufficialmente autorizzati a stringere alleanza con il miscredente cristiano ex generale Aum (che spera di diventare il futuro presidente della Repubblica) allo scopo di rompere l'alleanza anti iraniana e anti siriana dello schieramento detto delle «Forze del 14 Marzo» (creato come reazione all'assassinio dell'ex premier Hariri) e che unisce le ali - altrimenti nemiche - dei musulmani sanniti e dei drusi.
Il secondo detto si applica ad un conflitto molto più serio che fra islam sunnita e islam sciita, divisi tanto dal passato che dalla crisi della modernità. Per generazioni il mondo arabo musulmano si è sforzato a minimizzare le differenze fra sciiti e sunniti. Durante la guerra fra l'Irak di Saddam Hussein e l'Iran di Khomeini i soldati sciiti nell'esercito iracheno combatterono con coraggio e devozione in difesa della «patria» irachena contro le altrettanto religiosamente convinte guardie rivoluzionarie sciite iraniane.
Questo era possibile grazie alla radicata convinzione nelle masse e nei regimi arabi che il nazionalismo - ispirato dal pan-arabismo nasseriano egiziano e baathista siro-iracheno - fosse una base reale di identità collettiva e un valore per il quale era onorevole sacrificarsi. La fine del pan-arabismo e la decadenza dei nazionalismi locali (caricature di quelli importati dall'Europa incapaci di prendere radice nel mondo arabo) non ha soltanto fatto riemergere l'islam come grande forza politica ma con le visioni più radicali (Al Qaida e simili) di un pan-islamismo espansionista. Hanno anche ravvivato le antiche lotte di potere che 1300 anni fa causarono la grande lacerazione nella società politica araba fra sciiti e sunniti.
La shia, che significa fazione, non ha mai perdonato alla sunna (l'ortodossia) e ai suoi fedeli e numericamente molto superiori l'aver esautorato con la violenza Alì, cugino e genero di Maometto, dalla successione al califfato. Agli europei che hanno dimenticato gli orrori e le violenze delle guerre di religione fra cattolici e protestanti, questa lotta può sembrare incomprensibile follia. Ma si tratta né più né meno che della lotta per la prevalenza politica all'interno del rinascente impero islamico con tutto ciò che questo comporta in termini di potere, petrodollari e rancori tribali.
È dunque naturale che lo scontro avvenga tanto nei punti di più forte resistenza ma indebolita da giustificazioni accettabili al mondo dei miscredenti (sionismo colonialista degli ebrei in Palestina; imperialismo americano in Irak) quanto in quelli di più debole resistenza all'interno del mondo arabo, come il Libano, mosaico di identità religiose contrastanti.
Perduta la battaglia per la conquista del governo libanese a causa della guerra con Israele, gli Hezbollah, punta di lancia dell'imperialismo espansionista sciita iraniano, hanno rilanciato la violenza per impedire che il governo Siniora consolidi la labile alleanza con i musulmani e i drusi con l'aiuto dei 5 miliardi di euro - promessi ma non immediatamente versati - dall'Occidente. Per Nasrallah che certo all'inizio voleva evitare la guerra civile ma che deve seguire gli ordini di Teheran da cui ormai dipende in armi e soldi, l'attuale situazione è tutt'altro che facile, anche a causa della presenza del corpo internazionale di interposizione che, creato per interporsi a Israele, si guarderà bene dal farlo fra le faide libanesi. Ma non può permettere che gli scontri neutralizzino la sua alleanza con la fazione cristiana di Aum (ottima giustificazione di non intervento per gli europei) o peggio che Aum nelle migliori tradizioni libanesi non lo tradisca. A Nasrallah occorre una vittoria rapida, sia agitando lo spauracchio della guerra civile (da lui accesa) che molti occidentali già pensano di dover spegnere con compromessi e cedimenti con gli aggressori in virtù di una pace impossibile; sia allargando più possibile il conflitto.
In una recente intervista al quotidiano Al Siyassa del Kuwait, l'ex segretario generale degli Hezbollah, lo sceicco Subhi al Tufeili (che vede Nasrallah come il fumo negli occhi), ha dichiarato: «Hezbollah è uno strumento, una parte integrale dell'intelligence iraniano. Sfortunatamente tutti gli elementi nell'arena libanese si sono trasformati in strumenti e prendono i loro ordini dall'estero. Oggi gli hezbollah conducono il Paese alla guerra civile per ottenere quel governo dal quale sono usciti solo sei mesi fa». «Rovinano il Paese senza ragione alcuna» se non quella - aggiunge - che l'Iran sostiene l'opposizione al governo e l'America il governo. Non aspettiamoci dunque che sia la guerra fra le fazioni libanesi a determinare la sua evoluzione e i suoi scopi.