Il tenore Alagna fischiato abbandona la Scala nel primo atto dell’Aida

Sabrina Cottone

da Milano

«Ma perché Radames è in jeans?». Lo spettatore si guarda in giro allibito e non è l’unico, durante questa Aida alla Scala in cui il tenore Roberto Alagna, contestato dai loggionisti, è stato sostituito in corsa dal suo secondo, Antonello Palombi, che tutto si aspettava tranne che di dover cantare. Così è entrato in borghese, vestito tutto di nero in mezzo a ori e stucchi davanti a una variopinta, sbalordita Amneris. Il duetto continua come se niente fosse e invece dietro le quinte accade di tutto, scene di isteria, il sovrintendente Stéphane Lissner che abbandona il suo palco per volare nei camerini, il vicepresidente della Scala, Bruno Ermolli e il direttore Riccardo Chailly che al primo intervallo tentano una conciliazione. Inutile ogni tentativo di convincere Alagna a tornare a cantare. «Non sono andato via per i fischi - si giustificherà a freddo - ma perché nessuno del pubblico mi ha difeso dai contestatori». Pentito? Nemmeno per sogno. «Pentito solo di essere tornato alla Scala dopo dieci anni, non certo di essermene andato».
È la seconda rappresentazione e come sanno gli habitué dell’opera è assai più ardua di qualsiasi debutto. Siamo al primo atto e Radames-Alagna, valoroso condottiero e tenore sotto attacco, si cimenta con la prima aria dell’opera, l’insidiosa Celeste Aida. Neanche il tempo di finire, il loggione si scatena e tra gli applausi (che non mancano) arriva qualche «buu». A contestarlo uno sparuto gruppetto ma è troppo per il cantante che l’aveva già giurata alla Scala. Così, con gesto stizzito, Alagna abbandona la scena. Volano i «Vergogna!», «Questa è la Scala!». Un breve parapiglia ed ecco subito in scena il sostituto.
«Non è un teatro ma un’arena, non voglio recitarci più» aveva dichiarato all’indomani della prima Alagna, indignato dalle recensioni dei critici che l’avevano dichiarato non all’altezza del personaggio. I leoni dell’arena che è il loggione hanno fiutato il sangue della vittima e alla prima occasione lo hanno aggredito, come è nel copione dei teatri lirici di ogni tempo e Paese. «Gliel’avevano giurata dopo le interviste in cui ha criticato il pubblico della Scala - commentano quasi all’unisono Maurizio e Carla, ventuno anni di loggione alle spalle -. La verità è che non ci sono più i cantanti di una volta e il pubblico non si rassegna. Alagna è uno dei migliori, però non piace ai puristi, fa il divo, è presuntuoso. E Milano non perdona». Antonello Ceron, il messaggero tanto apprezzato dalla critica, è sbalordito: «Lo hanno fischiato dal loggione e poi hanno gridato “Vergogna!”. Eppure stava cantando meglio che alla prima...».
Prima del terzo atto, sale sul palco Lissner a leggere un breve comunicato in cui si scusa con il pubblico e ringrazia l’intrepido Palombi «che generosamente è entrato in scena per permettere la continuazione dello spettacolo». Per il secondo tenore, che stava guardando l’opera dagli schermi della direzione artistica, è stato un ingresso a freddo, un’impresa coraggiosa ricompensata dagli applausi. Il sovrintendente non attacca frontalmente Alagna, ma chi lo ha visto agitarsi tra i camerini racconta tutta la sua indignazione. «È inaccettabile, esiste un dovere di rispetto per il pubblico» le parole che aleggiavano nei suoi uffici.
Il pubblico, neanche a dirlo, si diverte. «Bisogna risalire ai tempi della Callas all’Opera di Roma per avere un colpo di scena simile» se la ride Claudio Sandri. E qualcuno ricorda l’Otello di Placido Domingo proprio qui alla Scala, quando il tenore contestato uscì di scena. Anche allora era una seconda recita, ma la differenza è che Domingo è tornato a cantare.
Alla fine, con o senza Alagna, l’Aida di Zeffirelli è un successo di pubblico. Con quel tocco di divismo d’altri tempi che forse non dispiace neanche al suo regista.