Il terremoto che ci svuota le tasche

Dopo 43 anni paghiamo ancora la ricostruzione del Belice: un conto da 15 milioni. Per la scossa del 1972 il ministero oggi spende una decina di milioni

Per la ricostruzione del terremoto del Belice del gennaio 1968 lo Stato italiano nel corso degli undici anni successivi aveva speso 900 miliardi delle vecchie lire che rivalutate in euro attuali ammonterebbero a circa 5,8 miliardi. Un intervento talmente massiccio che a ventiquattro anni di distanza nel gennaio 1992 circa 1.500 famiglie vivevano ancora nelle baraccopoli. E oggi? C’è ancora qualche falla da tamponare se è vero come è vero che nello stato di previsione dei ministeri dell’Economia e di quello delle Infrastrutture ci sono voci dedicate a questo cataclisma.

Ogni anno il Tesoro si fa carico per oltre 10 milioni di euro dell’estinzione dei mutui relativi al sisma che colpì le province di Agrigento, Palermo e Trapani. Altri 2,5 milioni arrivano invece dal ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. Siccome 43 anni sono un periodo troppo breve per completare un’opera di ricostruzione vi sono specifici stanziamenti in bilancio: due milioni per il completamento degli interventi e 507.026 euro per le opere di urbanizzazione primaria. Insomma, 25 miliardi delle vecchie lire per un evento così remoto non sono uno scherzo. Le nostre tasse servono anche a questo.

Ma è troppo facile pensare che possa finire così. Perché esiste un apposito stanziamento di 20 milioni di euro che lo Stato devolve alle Regioni per farsi carico delle assunzioni in eccesso di personale pubblico a causa degli eventi calamitosi che in Italia si sono verificati tra il 1968 e il 1984. Dal Belice all’Irpinia a tutte le altre piccole e grandi disgrazie i governi della Prima Repubblica rispondevano in un modo solo: con qualche posto da impiegato pubblico in più che continuiamo a pagare.

E si tratta di una cattiva abitudine che purtroppo si riscontra troppo spesso quando si analizza il bilancio dello Stato: aver speso prima e aver lasciato ai posteri il conto da pagare. È il caso dei 166 milioni di mutui che lo Stato rimborsa alla Cassa Depositi e Prestiti per interventi nel settore delle calamità naturali. Altri 21 milioni sono devoluti direttamente alla ricostruzione delle zone terremotate. Non c’è solo l’Abruzzo ad aver bisogno d’aiuto, c’è ancora da sostenere l’Irpinia.

Se la ricostruzione dell’Aquila al solo Tesoro costa direttamente 350 milioni di euro più gli altri stanziamenti del Fondo interventi strutturali più venti milioni di minor Irap, in proporzione quello che accadde nel novembre 1980 in Campania, Puglia e Calabria costa di più. Perché nel 2011 le erogazioni per questo capitolo ultratrentennale valgono 75,369 milioni di euro. Non è poco. Cifra che sale a 82 milioni per effetto delle compensazioni per il sisma del 21 marzo 1982 che colpì Campania e Calabria (7,5 milioni).
I terremoti in Italia non finiscono mai e non solo perché è un Paese ad alto rischio sismico ma perché si continua a spendere anche molti anni dopo che essi sono avvenuti. Non a caso c’è un contributo di un milione per i sismi che nel 1984 colpirono Umbria, Campania, Lazio, Abruzzo e Molise.

E non si deve pensare malignamente che la provincia di Avellino sia stata aiutata più delle altre perché «feudo» incontrastato di Ciriaco De Mita, potentissimo segretario della Dc dal 1982 al 1989. Piuttosto è il caso di pensare che l’esser patria di un segretario politico o di un qualsiasi «pezzo da novanta» della Prima Repubblica era garanzia che, in caso di emergenza, gli aiuti sarebbero arrivati. E cospicuamente.

Come spiegare altrimenti il fatto che il terremoto del 1972 di Ancona sia ancor oggi una fonte di spesa per lo Stato? Che si tratti della città natale di Arnaldo Forlani potrebbe essere la risposta. Il ministero delle Infrastrutture ancor oggi finanzia gli interventi con 9,5 milioni direttamente mentre 20mila euro sono destinati all’istituto delle case popolari e 41.610 euro al fondo per gli ospedali delle Marche. Niente male. Va detto che i sismi si protrassero per tutto l’arco dell’anno 1972 paralizzando l’attività economica della città, lesionando parecchi edifici e spopolando interi quartieri. Ma visto che Ancona, oggi come oggi, dovrebbe essersi ripresa dallo choc, forse ci sarebbe un modo migliore per aiutarla.
Quarant’anni non bastano. Certi drammi si scolpiscono nella memoria e nel portafoglio dello Stato. È il caso delle alluvioni del 1972-73 che colpirono la Sicilia e la Calabria a causa di violentissime mareggiate. Immediato il decreto legge che stabiliva aiuti, sussidi e provvidenze un po’ per tutti i settori produttivi. Dopo tanti anni ci sono 285mila euro di contributi delle Infrastrutture. A futura memoria.

Non stupisce nemmeno che ci sia una previsione di 6.948 per il terremoto del Friuli del 1976. I furlans hanno ricostruito tutto in poco tempo e sono un modello per gli altri italiani. Ma evidentemente qualcuno sentiva il bisogno di stanziare un obolo per poter sostenere che tutti, ma proprio tutti, ricevono almeno un «aiutino».
(1-Continua)