Il terrore senza spot

Almeno una cosa è mancata nell’attentato dei terroristi islamici: la deflagrazione mediatica. La prima volta, nel cielo delle Twin Towers, l’effetto mediatico è stato grandioso e sconvolgente. La seconda volta sulla terra, nella stazione ferroviaria di Madrid, le immagini della devastazione erano state drammatiche ma senza alcuna spettacolarità in grado di enfatizzare il gesto criminale. La terza volta sottoterra, nella metropolitana di Londra, i volti e il sangue dei martiri del terrorismo islamico sono rimasti soffocati nelle gallerie, e il dolore che inevitabilmente emergeva in superficie è stato controllato con il pudore delle singole persone e con il grande stile collettivo che soltanto può possedere una vera democrazia secolare.
Nessun islamico vuole una guerra tra civiltà: tuttavia l’attentato londinese rientra in una lucida strategia di guerra iniziata con l’attacco a New York, quando in Afghanistan comandavano i talebani, in Irak c’era Saddam, in Iran gli eredi di Khomeini, quando nell’Islam non erano in atto interventi militari occidentali.
Non voler accorgersi che con la fine dell’Unione Sovietica e della Guerra Fredda il mondo, in particolare il Medio Oriente islamico, non ha più quell’equilibrio politico-militare che ne garantiva il controllo sociale, è da sciocchi filosofi: da filosofi cosiddetti «postmoderni», che hanno teorizzato la Fine della Storia, cioè l’eutanasia del conflitto sociale e l’instaurazione della pace universale. Questa banalità filosofica, che non si confronta con le cose e la realtà della storia, è però in grado di illudere, lasciando credere che il terrorismo islamico, pur nella sua brutalità, sia irrilevante nel cammino della storia, soprattutto di quella nostra occidentale. E non si deve dimenticare che le illusioni filosofiche, apparentemente innocue, hanno spesso creato tragedie: si pensi al materialismo storico di Marx, sostanzialmente una revisione della filosofia di Hegel, che è diventata il fondamento del comunismo moderno.
Dunque, d’accordo: nessun islamico vuole una guerra tra civiltà, e tuttavia non ci si ostini a negare l’evidenza. La rottura dell’equilibrio mondiale, dopo la fine dell’Unione Sovietica, ha dato spazio a quell’idea di civiltà che intende riportare la sharia come forma di organizzazione della società, anche con la guerra.
E non ci si ostini neppure a pensare che la guerra sia sempre uguale a se stessa, debba essere quella che abbiamo già conosciuto: semmai si ricordi che il vero dramma dei generali cocciuti è quello di pretendere di combattere una guerra simile a quella precedente. In realtà, mai una è stata uguale all’altra; e il genio dei grandi condottieri, da Alessandro a Giulio Cesare, da Napoleone a Eisenhower, si è palesato nella capacità di intuire la forma futura della guerra, quella che mai era stata prima combattuta.
Dunque, d’accordo: nessuna guerra tra civiltà, e tuttavia si prenda atto che questa volta nelle azioni terroristiche degli islamici, qualcosa ha funzionato male: è mancata la deflagrazione mediatica. Nella loro «guerra» (aggiungiamo pure due civili virgolette) è fondamentale sfruttare il sistema di comunicazione di massa occidentale, che è libero e che ha nella sua libertà il punto di debolezza maggiore.
La diffusioni di immagini drammatiche e della loro violenza spettacolare è alla base di programmi televisivi di altissimo successo. I discorsi e le analisi che fanno da contorno alle immagini sono un’ulteriore occasione per catturare un numeroso pubblico. Alla fine, la vera propaganda del terrorismo viene fatta da chi la patisce, cioè da noi. Un tipo di propaganda che diventa una componente fondamentale della nuova guerra islamica per dimostrare la forza, la lucidità, per fare proselitismo...
I sotterranei della metropolitana londinese, lo stile degli inglesi, la coscienza di appartenere a una grande democrazia, l’amore per le proprie tradizioni che sono diventate un segno di civiltà nelle parti più remote del mondo, hanno messo il primo vero baluardo all’espansione della guerra terroristica islamica.