Terrorista fa proseliti dalla cella d’isolamento

Il verboso proclama che Alfredo Davanzo, «militante per la costruzione del Partito comunista politico militare, ha fatto uscire dal carcere dove si trova in isolamento, può essere valutato da due angolazioni diverse. La prima è quella d'una nostra istintiva paura. La paura ispirata dai matti pericolosi. Alle loro idee nessuno attribuirà mai vera sostanza e vera importanza politica, restando esse nell'ambito d'un estremismo violento e se occorre delinquenziale: tanto più primitivo, quell'estremismo, quanto più vuol rivestirsi di sofisticati panni ideologici. Il Davanzo isolato rappresenta dunque un pericolo individuale, serio ma non epidemico.
Secondo la seconda angolazione i deliri del Davanzo sono comunque la spia di organizzazioni e di pulsioni che covano sotto la superficie della nostra società, che si traducono poi in sigle minacciose, che possono essere il preludio ad atti terroristici.
Ma forse si può trovare una sintesi - in verità inquietante - tra le due angolazioni cui accennavamo. Davanzo si abbandona a farneticazioni insensate, che non hanno alcun ragionevole rapporto con la realtà italiana e con la realtà mondiale. Ma la sua predicazione - ricordate i comunicati lunghissimi e incoerenti delle sanguinarie Brigate rosse d'antan? - può trovare adepti e può fondarsi, a torto o a ragione, su precedenti autorevoli. Abbiamo dovuto registrare un revival brigatista. Davanzo si pone al di là e al di fuori della logica. Egli cita con voluttà di discepolo alcuni tra i più insulsi detti di Lenin. Conclusi con la frase: «Dobbiamo solo imparare a combattere. E basta». L'assonanza con il mussoliniano «credere, obbedire, combattere» non è casuale.
Davanzo fu arrestato nel febbraio scorso in una casupola di Raveo, un villaggio di montagna della Carnia. Cinquantenne, indicato come appartenente a «Seconda posizione» (chissà cosa significa), era stato condannato nel 1982 a dieci anni di reclusione per rapina a mano armata, ma restò latitante. È stato fermato nel 1988 a Parigi, meta obbligata dei terroristi italiani, e rimesso in libertà dalla benevola magistratura francese. Quindi è rientrato in Italia per vivervi in clandestinità: il che sembra essere la sua vocazione di antagonista. Un rifugio tra i monti, una misera stufetta per scaldarsi, un computer per elaborare i suoi testi. Più onesto e coerente, senza dubbio, degli antagonisti alla Francesco Caruso, folleggianti gaiamente con indennità parlamentare incorporata. Era stato aiutato a trovare quell'alloggio spartano da Davide Rotondi, infermiere quarantaseienne di Padova, come lui affiliato alla revolución.
Nel suo memoriale Davanzo attacca furibondo gli obbiettivi di rito - imperialismo, capitalismo Usa e così via - ma con eguale foga attacca la «catena elettoral parlamentarista», termine che sicuramente include i partiti comunisti che affiancano Prodi. Le diagnosi degli esaltati alla Davanzo sono patetiche, per il loro divorzio dai fatti che pure li circondano. Nell'Italia d'oggi - dei telefonini, di due automobili nelle famiglie povere, dei «ponti», dell'esodo pasquale di massa verso il mare e la montagna - il Davanzo stralunato parla di «devastazione sociale senza precedenti», si appella alla «guerra popolare prolungata» contro la guerra «imperialista e reazionaria». Alla guerra che a lui piace - se fosse lunga farebbe salti di gioia - «concorreranno l'insieme delle forze e forme organizzate anche svariate, che sapranno porsi rispetto a queste necessità fondamentali, a questo orientamento di prospettiva. C'è posto per chiunque sia seriamente e coerentemente disposto ad avanzare verso la rivoluzione».
A ben riflettere non è che queste proposizioni di carattere manicomiale siano del tutto diverse da quelle che propinano, nei comizi, i Giordano o i Diliberto, per non parlare dei Caruso e dei Casarini. Ma in sottofondo alle concioni d'un Bertinotti e anche d'un Diliberto c'è il cachemire, in sottofondo alle proposizioni d'un Davanzo c'è la baita carnica e la promessa di rivoluzione autentica, con orrori, carestie, stragi, e in mancanza di ghigliottina le fucilazioni. Ma i «popoli oppressi» che gemono, oh quanto gemono, nella nostra vecchia Europa, non hanno da scegliere. Lotta a oltranza.
Mario Cervi