Il tesoro dei cinesi d’Italia fugge a Est

Le rimesse all’estero degli stranieri toccano quota 6 miliardi di euro.
In 7 anni sono cresciute del 900 per cento A inviare più denaro in
patria sono i cittadini della Repubblica Popolare: un flusso di denaro
da 1,6 miliardi

La metamorfosi è completa. Da Paese importatore di denaro, abituato a fare tesoro delle fatiche dei propri emigranti, il nostro si riscopre esportatore di ricchezza. Tutto in meno di dieci anni. Tutto merito degli immigrati e delle loro «rimesse», i soldi mandati ai familiari rimasti in patria. Con il dragone cinese a trascinare la locomotiva della crescita, proprio come accade su scala globale. Nel 2007 sono volati via dal territorio nazionale qualcosa come 6 miliardi di euro, sarebbe a dire lo 0,39 per cento del nostro Pil.

Sembrano briciole, invece non è così. È dieci volte di più rispetto al 2000 e rispetto al 2006 la somma è cresciuta di un terzo. È l’immagine tangibile dell’integrazione: lavoratori stranieri raccolgono il frutto del proprio sacrificio e rifondono le casse delle famiglie d’origine. Nulla a che vedere con gli investimenti diretti all’estero, dunque, ma esclusivamente piccoli e grandi risparmi inviati attraverso i tradizionali canali di intermediazione (istituti di credito, uffici postali, le tanto discusse agenzie di money transfer). E, soprattutto, da parte di cittadini regolarmente residenti: secondo l’ultimo rapporto Istat saliti, per la precisione, a 3.432.651 unità.

Nell’indagine svolta dal Centro Studi Sintesi di Venezia resta perciò nascosto l’arcipelago del sommerso. Cioè gli scantinati dove si produce, si confeziona, si vende in «nero». Trattandosi di stranieri, stavolta non è un gioco di parole. Difficile quantificare l’entità delle somme fatte uscire clandestinamente dall’Italia, ma gli esperti stimano un peso almeno pari al totale «alla luce del sole»: altri 6 miliardi che passano di mano in mano nelle reti informali, tramite parenti, conoscenti e corrieri internazionali. Solleticando - è un eufemismo - anche gli appetiti della criminalità organizzata e del terrorismo.

Intanto le rimesse portano, in termini di sviluppo per le economie dei Paesi emergenti, benefici che vanno ben oltre il vecchio concetto di aiuti umanitari. Si calcola infatti che, in media, ognuno dei 3 milioni di immigrati in età lavorativa abbia spedito nella nazione di provenienza 2.056 euro, una cifra che è aumentata di quattro volte se confrontata con quella di appena sette anni fa. Significativo, poi, che praticamente la metà (46 per cento) del denaro recapitato all’estero è diretto in Asia; mentre rimane in Europa solo in un caso su quattro. Seguono l’Africa (15%) e il continente americano (12%). Il patrimonio degli asiatici, nel complesso, è di 5.200 euro l’anno. A farla da padroni sono i cinesi che contribuiscono a far grande l’economia del neo impero celeste: con il record di 1,6 miliardi di euro inviati nel solo 2007. Una cifra da capogiro, che suddivisa tra i circa 156mila abitati della Repubblica popolare trapiantati in Italia fa 10.250 euro pro capite, cinque tacche sopra la media. I romeni, nello stesso periodo di tempo, si sono fermati sotto la soglia degli 800 milioni, pur scavalcando in un colpo solo Senegal, Marocco e per giunta l’operosa comunità filippina, la più «impoverita», - ma sarebbe corretto dire che si è arricchita meno - negli ultimi anni.

E la tigre asiatica si espande nella Penisola a macchia di leopardo. Roma è la capitale anche per gli immigrati, con il 25 per cento delle rimesse generate, replicando il classico duello con Milano, staccata qui di 14 punti percentuali. In evidenza però il «fortino» dagli occhi a mandorla di Prato, regno del tessile made in China, ma a casa nostra: più produttiva del capoluogo di regione Firenze, gigante di provincia capace di battere, anzi di doppiare, i grandi centri come Torino e Napoli. Quanto alle regioni, una sorpresa: la Campania (4,7 per cento della ricchezza esportata) vale il Piemonte e ormai tallona il Veneto. Qualcuno, per caso, ha già dimenticato i ribelli di Castelvolturno?