Tessera del tifoso, è follia: tafferugli a Berghèm Fest ultrà contestano Maroni

Protesta degli ultras dell’Atalanta contro la tessera del tifoso alla
festa della Lega ad Alzano Lombardo dove c’era Maroni. Mentre parlava sono stati tirati
fuochi d’artificio e petardi: in fiamme quattro auto<br />

Roma - Erano tutti pronti a festeggiare per il successo del summit col Cavaliere, a celebrare la «definitiva messa al bando» dell’Udc dalla maggioranza. E a incassare la solita ovazione del popolo delle camicie verdi, come in tanti altri comizi di tante altre serate agostane. Ma ieri sera i ministri leghisti Maroni e Calderoli, ospiti d’onore con Tremonti della «Berghem Fest» di Alzano Lombardo - 13mila anime nel cuore della Bergamasca - sono stati travolti da fischi, petardi e fumogeni. Presto la protesta è degenerata in violenza. A scagliarsi contro il ritrovo leghista, circa 500 ultrà dell’Atalanta, per contestare la tessera del tifoso negli stadi, introdotta dal ministro dell’Interno.
Una settantina di loro sono riusciti ad aggirare il servizio d’ordine e hanno raggiunto il retro del palco, da dove hanno lanciato petardi e fumogeni. Nelle strade adiacenti sono state incendiate cinque automobili, comprese una dei vigili urbani e una dei carabinieri, e alcuni agenti sono rimasti feriti. Solo in tarda serata la situazione è tornata alla normalità: almeno cinque gli ultrà fermati dalle forze dell’ordine.

Immediata la replica di Maroni: «Questi non sono i tifosi - ha commentato Maroni -. Io con i violenti non parlo, parlo solo con i tifosi veri». Altrettanto deciso Calderoli, da sempre supporter nerazzurro: «Quando sento fuochi d’artificio o peti dietro il palco provo fastidio. Sono atalantino e ho passione per gli ultras, per il loro entusiasmo, ma non posso accettare che l’immagine di Bergamo sia svenduta da 200 imbecilli che prima dell’inizio di una partita vanno ad attaccare la polizia e i tifosi esterni».
L’irruzione dei tifosi, la contestazione dei «colonnelli» leghisti in una tradizionale «fortezza» del Carroccio è arrivata al termine di una giornata fondamentale per la Lega, che ha sancito un nuovo patto di ferro con Berlusconi. Salutato con grande entusiasmo da Bossi e dai suoi. Da sempre il Senatùr dipinge come il diavolo Casini e negli ultimi giorni tra i due erano anche volate parole grosse. Eppure le notizie sui continui corteggiamenti ai centristi da parte di Berlusconi avevano irritato non poco i leghisti, terrorizzati dall’idea di imbarcare l’ex democristiano. Così, la rassicurazione avuta a voce dallo stesso premier che l’udiccino non entrerà mai a fare da stampella al governo qualora i finiani dovessero sfilarsi, ha fatto tirare un sospiro di sollievo a Bossi: troppo rischioso imbarcare proprio il più strenuo avversario del federalismo.

Ecco quindi i colonnelli leghisti esultare per lo scampato pericolo. In primis il governatore del Piemonte Roberto Cota che, presente al vertice di Lesa, ha poi ribadito alla trasmissione «In Onda» su La7 la linea del Carroccio: «Non c’è spazio per un governo di coalizione tra Pdl, Lega e Udc. Siamo già stati insieme dal 2001 al 2006 e sono stati anni difficili, l’Udc si metteva di traverso su ogni decisione. Ci ricordiamo bene le uscite di Follini da segretario dell’Udc quando Casini era presidente della Camera. In secondo luogo, l’Udc si è presentata all’opposizione in queste politiche, con un programma diverso dal nostro. Non si possono ora cambiare le carte in tavola. E ancora: l’Udc ha votato contro il federalismo fiscale, che è un punto centrale del nostro programma. È talmente necessario che ha avuto un consenso ampio in un momento di forte contrasto politico. Tutti riconoscono che è una riforma necessaria». Per ultimo, «in Piemonte l’Udc si è schierata contro la Lega e il Pdl, sostenendo una candidata, Mercedes Bresso, con dei valori molto diversi rispetto ai nostri».
Stessi concetti espressi già in mattinata da Maroni: «Non è accettabile che chi ha perso le elezioni governi. Chi ha vinto deve governare. Credo che sia in corso un’operazione per far fuori Berlusconi». Insomma, o si riesce ad andare avanti con la maggioranza premiata dagli elettori alle politiche del 2008 o meglio tornare alle urne. E sul voto la parola d’ordine è minimizzare quello che è un vero e proprio passo indietro rispetto alle ultime uscite dei leader del Carroccio: «Non abbiamo mai auspicato elezioni, le avremmo subite - è corso a correggere il tiro Calderoli - però è chiaro che il momento in cui non c’è una maggioranza, non vai a cercarne un’altra fuori. Altrimenti diventa Prima repubblica».