Il testardo re del do di petto che amava Sting e Zucchero

Alcuni lo attaccarono quando si dedicò ai duetti con i grandi cantanti della musica leggera. Lui rispose: "Cosa c'è di male? Lo facevano anche Beniamino Gigli ed Enrico Caruso"

Modena - Lucio Dalla me lo definì, anni fa, «un grande cantante pop» e, quando, in una successiva intervista, lo raccontai a Pavarotti la cosa lo inorgoglì: «Ha detto davvero così?», chiese, gongolando. Giustamente: la musica leggera, in fondo, lo attraeva, grazie al fascino che esercita su molti la disobbedienza o comunque l’altro da sé. E del resto perfino Mario Del Monaco, dopo essersi ritirato dalle scene, concesse la sua voce di bronzo a un motivetto di Detto Mariano, Un amore così grande, realizzando l’ossimoro d’un mito della lirica che scala l’Hit parade canzonettistica.

Tra i divi dell’opera, big Luciano fu il più accondiscendente al richiamo del pop, fin da quando Zucchero lo persuase a cantare con lui in Miserere, ispirandogli poi la controversa avventura del Pavarotti & Friends: dieci anni di duetti a scopo benefico, realizzati con la partecipazione di cantanti melodici - Ramazzotti e Pausini per dire - ma anche di divi rock o soul. Appartenenti a filoni lontanissimi dallo stile pavarottiano, come Sting, Bono, Veloso, Eurhytmics, Tom Jones, Lou Reed, Grace Jones, Queen, fino ai nostri Ligabue, Jovanotti, Pelù.

Splendida voce, ma interprete non proprio versatile, «il maestro» duettò con ciascun ospite, talora con dignità, altrove con risultati assai dubbi: cimentandosi impavido - fu tragicamente memorabile un New York, New York, condiviso con Liza Minnelli - in tessiture per lui impervie, e con stili a lui negati. I critici se ne adontarono, ma il suo mito non ne soffrì: se i cultori di musica nera inorridirono ai vocalizzi di Big Luciano sulle svisate di BB King o sui ruggiti di James Brown, intenerì il candore con cui il tenore modenese arava territori a lui preclusi, con entusiasmo adolescente.

Che lui, da un lato, cercava di ridimensionare, dall’altro, dall’uomo semplice che era, rivendicava. «Sono un cantante d’opera», puntualizzò, una volta che l’intervistai. Poi, però, ammise un duplice cruccio, affiancando la Callas e Mina tra le sue partner agognate, e mancate. E si commosse, rievocando le canzoni della sua infanzia: «Sentivo la radio d’un vicino che suonava Vivere, e da questo capivo che era domenica. A sei anni, in famiglia, cantavo Rondine al nido, più avanti, con la corale Rossini, vincemmo un premio nel Galles, interpretando in modenese La Ghirlandèina».

Nasce forse da questi ricordi l’avventura dei tre tenori, un business condiviso con Placido Domingo e José Carreras, in omaggio più al gradimento delle platee che al rigore stilistico. Poi ci fu Pavarotti & Friends, ed è da qui che derivano, al cronista, i ricordi più vivi. Ricordo l’animosa tenacia con cui s’acconciava, come poteva, ai loro ritmi, intrecciando alle loro voci la sua, segnata dagli anni ma ancora bellissima. Ovvio che Pavarotti & Friends occupi, insieme agli album dal vivo con Carreras e Domingo, la parte più corposa della discografia «leggera» pavarottiana.

Che tuttavia non si esaurisce qui, contando tra i suoi episodi più acclamati Mamma, realizzato con l’orchestra di Henry Mancini e arricchito da brani storici, alcuni già lanciati da altri tenori: per esempio il brano eponimo, scritto da Bixio Cherubini per la magica voce di Gigli, Non ti scordar di me. Ma anche la canzone napoletana non mancò d’affascinare Pavarotti, che le dedicò tra l’altro ’O sole mio, album entrato, nel 1980, nelle classifiche di Billboard e di Cash Box. Cui seguirono Zucchero & Pavarotti, Volare e l’ultimo, Ti adoro, canzoni inedite con omaggi sottotraccia a Rossini e Donizetti.