Tfr, ultimi giorni per decidere a chi affidarlo

Gli italiani sono ancora riluttanti all’idea di rinunciare alla «cara liquidazione»

È partito il conto alla rovescia per la riforma del Tfr e già si può tirare un primo bilancio provvisorio. Scadono infatti il prossimo 30 giugno, i sei mesi concessi ai lavoratori dipendenti per decidere la destinazione del Tfr maturando, scegliendo tra la cara vecchia liquidazione o una forma previdenziale complementare. La scelta dovrà essere ufficializzata attraverso la compilazione di un apposito modulo denominato Tfr1 o Tfr2 (a seconda che la data di assunzione sia ante o post 31 dicembre 2006) da consegnarsi al proprio datore di lavoro.
È opportuno ricordare che in caso di mancata comunicazione scritta della propria scelta entro il 30 giugno, scatterà l’automatica devoluzione del Tfr a un comparto garantito di una forma previdenziale complementare identificata secondo le regole gerarchiche previste dal decreto 252/05. E questo tacito assenso, così come la scelta di devolvere volontariamente il proprio Tfr a un fondo pensione o pip assicurativo sarà irreversibile. Ed è proprio questo che dovrà essere evitato. Infatti in base a quanto previsto dalla normativa, i fondi pensione di categoria e aperti, cioè quelli che con maggiore probabilità dovrebbero essere destinatari del Tfr dei silenti, presentano comparti garantiti di nuova costituzione con rendimenti non ancora valutabili.
Cooperlavoro, ad esempio, il fondo di categoria riservato ai lavoratori dipendenti delle cooperative di lavoro, uno dei pochi fondi chiusi con comparto garantito attivo dal 2006, ha realizzato un rendimento netto dell’1,69% contro una rivalutazione netta del Tfr nello stesso periodo pari al 2,4%. Sempre nello stesso periodo i comparti garantiti dei fondi pensione aperti hanno reso mediamente l’1%. Sicuramente al di sotto delle aspettative. Certo se a questo sommiamo i notevoli vantaggi fiscali di una tassazione scontata, pari al 9% dopo trentacinque anni di adesione a una forma previdenziale complementare, e un eventuale contributo del datore di lavoro, risulta ovviamente conveniente «l’investimento» in previdenza; ma purtroppo il rendimento resta un fattore percepito fortemente dal pubblico, anche perché avvertito più immediato, rispetto a un vantaggio fiscale che si percepirà solo al momento del pensionamento.
Si desume quindi che la scelta riveste un ruolo troppo importante e fondamentale per gli anni futuri che è assolutamente avventato non esprimerla, anche perché in questa ipotesi non si saprebbe esattamente dove andrà a finire il proprio Tfr, fino all’ultimo conteso tra il fondo di categoria, quello aperto eventualmente presente in azienda o il FondInps.
A poco a poco, giorno dopo giorno, nell’arco di questi sei mesi, i lavoratori italiani hanno iniziato a metabolizzare e familiarizzare con concetti sicuramente complessi ed estranei alla loro quotidianità. Così, termini quali benchmark e comparto sono entrati nel linguaggio comune di tutti i giorni, in treno o durante la pausa pranzo in fabbrica, forzando gli italiani a un salto generazionale di notevole importanza.
Anche la campagna di comunicazione governativa, appositamente studiata in crescendo con il passare dei mesi, ha avuto lo scopo di destare dal torpore chi ancora non si era interessato alle possibili opzioni a disposizione o tendeva a rimandare fino all’ultimo la scelta. Ma qual è l'atteggiamento dei lavoratori che emerge dai primi sondaggi?
Purtroppo i lavoratori italiani sono ancora fortemente riluttanti all’idea di rinunciare alla liquidazione per compensare una magra prestazione pensionistica pubblica. Comunque un primo risultato è già stato registrato. Dall’indagine campionaria Mefop-Ipsos emerge che il lavoratore italiano ha acquisito, da gennaio a oggi, una maggiore consapevolezza della precaria situazione previdenziale che lo attenderà all’età di senescenza e l’aspettativa di un assegno pensionistico molto magro. Al tempo stesso però, la questione non è avvertita come immediata e ci si concentra maggiormente su altri problemi più quotidiani, quali la crescita della rata del mutuo per la casa o le spese dentistiche per i figli. Inutile dire che i primi sondaggi sul tasso di adesione alla previdenza complementare nel corso del 2007 sembrano confermare un certo stato vegetativo dei lavoratori nei confronti della riforma.
Dai dati Assogestioni-Eurisko emerge, ad aprile, uno scenario molto deludente per chi credeva nel successo della riforma, con circa il 10% dei lavoratori che avevano già espresso la decisione di devolvere il Tfr alla previdenza complementare e il 20% che aveva deciso di farlo rimanere in azienda. Il restante 70% circa era ancora indeciso sul da farsi e riteneva gli ultimi mesi decisivi per la scelta. Sempre dal sondaggio emerge che è il Nord Italia l’area in cui si registra il maggior numero di lavoratori che hanno già espresso la decisione in merito al proprio Tfr e che le fonti informative più utilizzate sono state il datore di lavoro (per le aziende medio-piccole) e i sindacati.
Anche i sondaggi ufficiosi che trapelano in questi giorni, a pochi giorni dalla conclusione della riforma, sembrano confermare una bassa percentuale (10-12%) dei lavoratori che hanno già scelto di destinare il Tfr alla previdenza complementare. Percentuale destinata a crescere nei prossimi giorni, attestandosi sul 20-25% ma lontana dal 40% atteso da Cesare Damiano, ministro del Lavoro e della Previdenza sociale. La grande maggioranza ha deciso o deciderà di lasciare il Tfr in azienda, spaventata anche dall’irrevocabilità della destinazione alla previdenza complementare.
L’aspettativa sul numero dei silenti è circa di un milione su undici milioni di lavoratori dipendenti toccati dalla riforma, come dichiarato da Scimia, presidente della Covip. Ed è proprio dalle parole di Scimia che si delinea un probabile correttivo alla riforma: una prossima adesione obbligatoria per i nuovi lavoratori e maggiori incentivi fiscali sui rendimenti (ad oggi tassati all’11%). Il passo è inevitabile e l’obbligatorietà della destinazione del Tfr alla previdenza complementare dovrà essere intesa come un dovere sociale per il benessere di tutti i lavoratori finalizzato a ristabilire l’equilibrio del nostro sistema previdenziale, riportando così in pareggio o addirittura in surplus i contributi in entrata e la spesa per pagare le pensioni.
(1. Continua)