Theimer, il più classico tra gli artisti di oggi

Lo scultore ceco lancia una sfida quasi impossibile: confrontarsi con l'antico Riabilita obelischi e colonne. E fa «rinascere» nella sua opera civiltà diverse

di Vittorio SgarbiA Viareggio, mentre il Carnevale anima la città, e io mi vedo più reale, nell'euforia e nell'ira, sul carro a me dedicato, mi ritrovo nella solitudine e nel silenzio, in un perpetuo altrove, a villa Argentina, davanti a sculture, dipinti e disegni di Ivan Theimer. Una mostra (Luoghi altrove, aperta fino al 3 aprile) precisa e potente su un maestro autenticamente europeo. Viareggio è come Parigi o Vienna, conosce con chiarezza la propria posizione nel presente e nella storia. Theimer (nato nel 1944 a Olomouc, città della Moravia nella Repubblica Ceca) ha il senso della distanza, della propria, e della vicinanza, quella elettiva per il destino che ci si sceglie.

Oggi l'Oriente, l'India, il Tibet: ma negli anni della formazione, partito da Olomouc, Parigi, Venezia, Roma e, come residenza, Monteggiori, vicino a Lucca e a Pietrasanta, luoghi di visione, di meditazione e di lavoro. In una illuminante dichiarazione ci rivela: «Quando si lascia un Paese, si è colpiti dalla pregnanza delle proprie radici. Oggi le mie radici sono culturalmente definite da influenze che vanno dal Bernini alla scuola neoclassica francese, dal Rinascimento all'architettura barocca. Sono nato alla frontiera dell'impero romano, dell'Italia, della Moravia. Sono più interessato alle loro frontiere che ai loro territori!».È proprio per questo spirito che egli non vuole prescindere dalle tipologie classiche e riabilita l'obelisco, la colonna, le metope, la stele. Nessuna forma però resta nel suo impianto originario perché è come se il tempo e la natura l'avessero attraversata e trasformata. Lo scultore, oggi, si confonde con i classici: in questa piena consapevolezza Theimer avverte che le radici e la memoria sono più importanti del loro oblio, nella tabula rasa da cui parte l'esperienza di qualunque avanguardia. Proprio perché non vuole negare le proprie origini, ma arricchirle e moltiplicarle, proprio perché vuole essere denso, e «pregnante», arricchito dalla conoscenza della storia e anche della storia cui non appartiene, Theimer sente il tempo come suo complice. L'aspirazione a «être absolument moderne», rivendicata da Arthur Rimbaud, non gli appartiene. Egli vorrebbe aggiungere ai diritti dell'uomo e del cittadino, da lui celebrati in un monumento a Parigi, il diritto alla bellezza, un valore costante e immutabile, tanto limpido nel dichiararsi quanto arcano nel riprodursi, nel rinnovarsi. La sua domanda sembra essere: è possibile essere antichi oggi?

In realtà, egli sa che non vi è altra condizione, perché noi siamo nani sulle spalle dei giganti, perché siamo il punto di arrivo di grandi civiltà che si stratificano e si riproducono nella nostra coscienza. Noi siamo oggi in quanto fummo egizi, etruschi, greci, romani, bizantini. E, in Italia, patria d'elezione di Theimer, siamo stati tutto e abbiamo potuto anche riesserlo, tanto da generare un Rinascimento, un Neoclassico. E, nondimeno, esprimere energie nuove, vitali, originali come Donatello o Michelangelo, nei quali nasce infinitamente più di quanto non rinasca. In senso letterale, Rinascimento è invece il sentimento che origina l'impresa di Theimer, fino a stordire e a confondere. Ecco allora, nei suoi rilievi e bassorilievi, la memoria di Donatello, del Riccio, del Pollaiuolo, del Cellini e poi le reminiscenze della pittura vascolare, delle porte di Trani, di Canosa, di Benevento, dei ritratti del Fayyum. Scultore, soprattutto, Theimer, ma con la necessità del colore, tanto da dipingere sulla superficie dei suoi obelischi riquadri di sapore antico, in cui il dominante paesaggio italiano è ancora quello di Poussin e di Balthus, numi tutelari della sua impresa pittorica, più riservata e intimistica. Nessuna concessione al nostro tempo, nessuna rinuncia al privilegio del mito. La bellezza basta a sé. E tanto più, quanto più è inattuale, intrinsecamente polemica, e non si misura con il tempo degli uomini, un tempo limitato.

La bellezza compiuta e consapevole annulla ogni progetto e ogni ambizione di modernità, sempre caduca. Gli obelischi di Theimer saranno fra breve di nessun secolo, fisseranno in un tempo eterno gli eterni diritti dell'uomo, fra i quali il diritto alla felicità e il diritto alla bellezza, la cui esistenza favorisce e agevola proprio la felicità. Troppa bellezza infelice e angosciosa ha dominato il nostro tempo, proprio perché intimamente anticlassica, privata del mito. Mondi frammentari, contaminati, corrotti prendono il posto di quel paradiso perduto rappresentato dai mondo antico, dal paesaggio italiano, dalla grandezza delle rovine, dalle quali escono ed emergono obelischi, che sembrano sopravvissuti e ritrovati, e crescono e si innalzano sulle rovine. Occorre credere che l'integrità di quel mondo non sia perduta, se ne rimangono parlanti vestigia, e se è consentito rigenerarle come Theimer dimostra. Così i suoi monumenti pubblici pretendono di misurarsi con l'eternità e di fissare in una forma compiuta anche valori e simboli contemporanei.Il più dotato, il più colto, il più intelligente fra gli scultori contemporanei, Ivan Theimer, può, più di tutti, osare l'inosabile, uscendo vincitore dal confronto con l'antico e con la storia, mentre altri ne escono sconfitti; e anzi, sconfiggendo noi, mortificano e umiliano siti indifesi, con il pretesto di riqualificarli, o di celebrare eventi memorabili. Ciò che caratterizza le opere pubbliche di molti scultori è l'assoluta insensibilità per lo spazio, quasi mai neutrale, e assai facilmente carico di storia, e di memoria. L'artista contemporaneo irrompe e sfregia, non prevede e non cerca di stabilire nessi. Chi crede - «credo quia absurdum» - vede e vive quel paradiso. La rovina siamo noi; ed essa si lega all'integrità che evoca e da cui deriva. Theimer sarebbe stato quello che è, né più né meno. Ciò che è cambiato è il contesto. Nei suoi monumenti pubblici per la città contemporanea, due mondi si scontrano e non si rincontrano. Troppe volte abbiamo dovuto prendere atto che neanche il valore assoluto dell'opera rende lecita l'impresa di sfigurare un integro ambiente urbano, una piazza, un quartiere.

L'ultima opera pubblica di Theimer è la Colonna di Place de la Victoire a Bordeaux, innalzata nel 2006. Da molto tempo non accadeva che un artista, invece di ignorare il contesto urbano o naturale o ritenerlo sfondo o spazio inerte, si ponesse la questione fondamentale dell'armonia tra la propria invenzione e il luogo. Così, a due esigenze risponde la colonna di Bordeaux: illustrare la storia della città, la tradizione e la vocazione di una terra legata alla cultura del vino e istituire una relazione tra la colonna e l'architettura neoclassica della porta di Aquitania, sull'asse di Rue Saint Catherine, corrispondendo all'organizzazione della piazza affidata all'architetto Huet. La colonna, in marmo dei Pirenei, alta 16 metri, si avvita con piani sfalsati seguendo un impulso elicoidale. È certamente un impianto assai originale, che la rende mobile, sgusciante, insolita in una dinamica delle superfici che sembra rievocare la Stele di Axum, come suggerisce un appunto dello stesso Theimer. C'è studio, ricerca, pertinenza, desiderio di destinare quell'opera a quel luogo, non di riprodurre un archetipo collaudato e ripetuto; ci sono temi del mito pagano e del mondo cristiano, cari a Theimer nella sua continua rimeditazione dell'antico, ma perfettamente corrispondenti alle tradizioni e alla storia. Questo scolpire a soggetto, questo adattarsi alla realtà precostituita, questo guardare con estatica ammirazione al passato, rielaborato con una fantasia febbrile e senza mai indulgere all'accademia, sono le prerogative di Theimer, artista insieme coltissimo e istintivo, per gusto innato, per sentimento dei confini, tra antico e moderno, tra civiltà diverse, riunite nel suo pensiero.