Le toghe «rosse» difendono solo se stesse

Il partito dei giudici mira a rafforzare il proprio potere a scapito del Parlamento

Dare della «toga rossa» a un magistrato, a un certo tipo di magistrato, significa diffamarlo? O non sarà piuttosto, almeno per qualcuno di loro, per molti di loro, un elogio non meritato, non è piuttosto vero che definendoli «toghe rosse» rischiamo di sopravvalutarli? Un magistrato di Palermo, Lorenzo Matassa, si è lamentato di essere stato definito «toga rossa» dallo scrittore e politologo Giorgio Galli in un libro dedicato ai soliti misteri italici e un magistrato di Milano, che fa di nome Tarantola e che a suo tempo si è coperto di gloria presiedendo il processo contro Sergio Cusani, gli ha dato ragione sostenendo che quella espressione «toga rossa» «si è volgarizzata» e può assumere «valenza diffamatoria» e «certamente denigratoria» venendo utilizzata per sottolineare «atteggiamenti ritenuti non imparziali assunti da certi magistrati», e ha condannato l'autore del libro a risarcire con 5.000 euro il magistrato offeso.
Tanto più offeso da quell'ingiusto appellativo per essere stato il Matassa l'unico che aveva incriminato l'ex sindaco Leoluca Orlando per i restauri infiniti del Teatro Massimo, incriminazione che gli aveva attirato critiche e attacchi da sinistra, proprio dai «rossi».
L'epiteto «toghe rosse» fu usato per la prima volta da Bettino Craxi per indicare il pool di Milano e fu poi ripreso soprattutto da Silvio Berlusconi e dai suoi amici entrando nel linguaggio comune. Ed era già improprio se riferito a certi esponenti di punta del pool di Milano come PierCamillo Davigo e come Antonio Di Pietro. Né vale giustificare l'epiteto con la funzione da loro esercitata e il risultato raggiunto, quella e quello di demolire e spazzare via i partiti e gli uomini della prima Repubblica per favorire, magari con l'input e sotto la direzione di Luciano Violante, il partito comunista. Una funzione e un risultato che non li fa diventare automaticamente «rossi» e «toghe rosse», né Davigo né Di Pietro, ma nemmeno gli altri componenti del pool; e tanto meno quel termine si può attribuire a quel gruppo di magistrati che aveva dato vita originariamente alla corrente di Magistratura democratica e che, prima che Luciano Violante ci mettesse le mani, erano mossi da un sincero sentimento di rinnovamento e di pulizia di quella che era stata ed era ancora la vera «magistratura di regime».
Una magistratura che è stata corrotta e fascista con Mussolini e che dopo il fascismo è stata più che corrotta e democristianissima con la Dc di Fanfani e di Andreotti.
Una magistratura sempre e comunque corporativa, che ha lavorato sempre per il proprio personale vantaggio dei singoli magistrati, piuttosto che per questa o quella ideologia, e per aumentare i vantaggi e i poteri della corporazione a discapito del potere della politica, di qualsiasi colore fosse la politica, e a detrimento del Parlamento e dei governi, dell'equilibrio dei poteri, di quello legislativo e di quello esecutivo, della democrazia repubblicana.
Prendete ciò che è successo in intere regioni del Paese, come la Calabria. Erano «toghe rosse» i magistrati che enunciarono il fatidico «manifesto»: «Dobbiamo distruggere la classe politica calabrese, solo quando i ragazzi che oggi frequentano la scuola media prenderanno il posto degli attuali uomini politici, in Calabria ci sarà democrazia e pulizia»? Erano «toghe rosse» i magistrati calabresi che hanno perseguitato, incriminato, processato e condannato Giacomo Mancini, figlio del fondatore del partito socialista in Calabria, e a sua volta segretario del partito socialista, dieci volte deputato e ministro?
Ed è una «toga rossa» quel pm di Catanzaro che intravede un complotto massonico e iscrive alla loggia massonica di San Marino il presidente del Consiglio del governo delle sinistre? Sono «toghe rosse» i magistrati calabresi che hanno effettivamente distrutto la classe politica calabrese, tutta, quella di centro, quella di destra e quella di sinistra, consegnando completamente la Calabria alla 'ndrangheta, e che il sottosegretario alla Giustizia del governo delle sinistre ha definito in pieno Senato «un verminaio»? E sono forse «toghe rosse», nel senso in cui intendeva Craxi e hanno inteso giustamente per anni Berlusconi e i suoi amici, quei magistrati che intercettano abusivamente le telefonate dei maggiori esponenti e dei ministri dei Ds e li definiscono in documenti ufficiali notificati al Parlamento «complici» dei peggiori reati, processandoli e condannandoli prima ancora che siano stati incriminati e avvisati di reato? E possono essere definiti «toghe rosse» i magistrati siciliani che si dichiarano «discepoli» di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino e che hanno indagato, incriminato, processato e hanno tentato di condannare persino il generale Mario Mori, ex capo dei Ros e del Sisde, e il capitano Sergio Di Caprio (alias «capitano Ultimo»), i carabinieri che hanno catturato e consegnato alle patrie galere il capo della mafia Totò Riina? E che hanno indagato per strage, quali «mandanti occulti» della strage di Capaci e della strage di via D'Amelio?
Troppo onore per tutti costoro definirli «toghe rosse». Ed equivoco e pericoloso. Questi lavorano solo per se stessi e per la loro corporazione, per aumentare i loro privilegi e i loro poteri, per limitare fino ad azzerarli i poteri del Parlamento e del Governo, siano i governi di Berlusconi e del centrodestra o i governi di Prodi o di D'Alema o del prossimo venturo Veltroni, dell'Unione e di tutte le sinistre, anche i governi dei «rossi» che più rossi non si può. Diffidare di loro sempre, anche quando colpiscono i vostri avversari. E per favore, non chiamateli più «toghe rosse».