Tom Palmer: "Meno Stato più impresa"

Da anni Tom Palmer è uno studioso di punta del Cato Institute, il think tank più schierato a difesa del mercato tra i tanti che, a Washington, animano la discussione pubblica. Conoscitore dell’Italia e della sua cultura (si è occupato pure del pensiero di Bruno Leoni), negli ultimi anni Palmer è stato a lungo in Russia e nei paesi arabi, quale «ambasciatore» della libertà economica in quelle aree. Lo abbiamo raggiunto a Rio de Janeiro, dove è intervenuto in un convegno sulle ragioni morali del mercato, per chiedergli innanzi tutto quali dovrebbero essere a suo parere le priorità che il futuro governo dovrà affrontare per invertire la presente tendenza, che ci vede declinare pericolosamente. «Nel vostro Paese c’è bisogno di limitare il ruolo dello Stato. In cima all’agenda porrei l’esigenza di eliminare gli ostacoli alla libera impresa, la sostituzione del sistema fiscale attuale con una semplice e contenuta flat tax, e infine il superamento del sistema previdenziale pubblico».

Come dovrebbe cambiare il sistema previdenziale?
«Grazie alla creazione di depositi pensionistici posseduti personalmente, che liberino gli italiani dallo Stato e aiutino a ridurre un prelievo oggi troppo oneroso».

Abbiamo pure un debito pubblico molto alto, che mette a rischio il futuro...
«Il problema è serissimo e dovrebbe indurre a colpire ogni spesa che non riguardi l’ordine pubblico e la giustizia. Il bilancio dello Stato italiano è appesantito da trasferimenti che potrebbero essere eliminati senza gravi danni per la società. Ma poiché ogni spesa è difesa da questo o quel gruppo d’interesse, bisogna avere il coraggio di avviare una terapia choc complessiva».

Nella campagna elettorale italiana si è molto parlato di protezionismo, perché sia i lavoratori dipendenti che le imprese chiedono tutela. Cosa ne pensa?
«Il peggior modo per favorire la crescita delle imprese europee consiste nel sottrarle alla competizione. Per giunta, un’importante verità dell’economia internazionale è che un dazio sulle importazioni ha sull’intero aggregato lo stesso effetto di una tassa sulle esportazioni. Il protezionismo non crea posti di lavoro, ma semplicemente sostituisce lavori retribuiti meglio con lavori malpagati. In verità, il libero mercato è l’unica strada verso la prosperità».

Uno dei nodi storici italiani è la questione meridionale. Nei decenni, il Sud ha ricevuto consistenti finanziamenti, ma questo non ha prodotto sviluppo...
«Non si deve operare in modo assistenziale, ma invece porre le condizioni perché anche in quelle regioni un ordine giuridico che tuteli la proprietà privata e gli scambi favorisca la produzione di ricchezza. Lasciate che il Mezzogiorno goda della libertà garantita dal diritto ed esso crescerà anche senza aiuti».

L’attuale crisi finanziaria è in vario modo sfruttata da molti, anche in Italia, per contrapporre il «buon» Stato sociale del Vecchio continente al «cattivo» laissez faire degli Stati Uniti. Come replica?
«Il modello europeo ha prodotto disoccupazione, e per giunta una disoccupazione stabile. Quanti hanno a cuore la prosperità e la dignità dei lavoratori devono allora favorire un libero mercato del lavoro. Come ha scritto l’economista tedesco Olaf Gersemann nel suo volume Cowboy Capitalism, negli Stati Uniti una legislazione sul lavoro più liberale ha portato non solo a meno disoccupazione che nell’Eurozona, ma anche - e anche questo è importante - a periodi senza lavoro assai più brevi. Le politiche europee sussidiano i disoccupati e in tal modo ne accrescono il numero. Bisogna comprendere che il miglior programma contro la povertà non è l’elemosina statale, ma quel lavoro produttivo che solo mercati più liberi possono fare emergere».