Tonino ricorda il peggior fascismo

Si dice che Berlusconi abbia cambiato l’Italia, ma in realtà ha cercato di darle «forza» e di farla «rialzare». Chi aveva cambiato l’Italia è stato Antonio Di Pietro, che ha introdotto il metodo di una polizia tecnologica e l’uso spregiudicato della pressione politica per ottenere il crollo morale dei parlamentari della prima Repubblica, da lui sottoposti a metodi prima ignoti alla giustizia italiana. Non è un caso che ora si metta a trebbiare il grano a petto nudo, come Mussolini, per riunire in sé sentimenti di destra e di sinistra: come fece appunto il duce.
Che cos’è il partito giustizialista che Di Pietro sta costruendo? È un partito che tende a dimostrare che la democrazia è essenzialmente corrotta e il corpo elettorale sbaglia. Che ci vuole un altro potere per guidare il Paese sulla via della salvezza e che il voto degli elettori deve essere presidiato da un partito dell’ordine. Il tema che lo Stato non possa essere affidato alla democrazia è la tesi fondamentale del pensiero reazionario. Che infine come in ogni fatto storico può rinascere in forma inattesa. Se un popolo sente frustrato il bisogno fondamentale di sicurezza, se non riesce a ottenere con il suo voto ciò che pensa gli sia dovuto, si ha la crisi della democrazia. E Di Pietro mira proprio a questo, a mostrare che un corpo elettorale capace di dare la maggioranza a Berlusconi è un popolo immaturo, il cui voto va corretto in modo adeguato. Bisogna dimostrare che il popolo ha torto e che Berlusconi deve andarsene, nonostante egli sia il soggetto su cui il popolo ha fatto investimento. E lo ha fatto proprio nell’intenzione di dare fondamento alla legalità nella vita comune, nell’ambiente, nei trasporti, nella costruzione del sistema Paese, nell’economia, nella finanza e nel lavoro. Di Pietro tira fuori il simbolo del duce appunto per mostrare la tesi che il voto democratico è imperfetto e che ci vuole una mano forte: quella che egli è convinto di avere.
Si può dire che Di Pietro è troppo piccolo per mettere in crisi di fatto il sistema democratico. Ma è un uomo che lo ha già fatto, che ha mostrato la capacità di indurre la magistratura italiana a un processo in cui l’avviso di garanzia e la carcerazione preventiva producevano l’infamia e chiedevano la delazione come prezzo dell’uscita dalla galera. Un uomo che ha già cambiato l’Italia una volta può pensare di poterla cambiare una seconda, costringendo il Partito democratico ad accettare l’Italia dei valori come un alleato inevitabile che si subisce senza obbedirgli ma non si sconfessa mai. Basta rendere permanente il conflitto istituzionale tra magistratura e politica per ottenere quello che si vuole: la crisi della democrazia. Certamente il paragone con il fascismo torna a onore del fascismo storico, un’impresa politica, che ha segnato, anche nel periodo antifascista che lo seguì, linee fondamentali della politica italiana. Di Pietro invece solo manette. Ma egli ha la capacità di impersonare e di rendere politicamente attivo il contrasto della magistratura e la democrazia, mettendo così il Pd innanzi al dilemma, o con Berlusconi o con la magistratura milanese. Siccome Di Pietro sa bene che i comunisti e i democristiani di sinistra furono salvati e messi al potere dai suoi processi, egli ha gli argomenti necessari per far valere il rispetto delle sue intenzioni. Così può condurre l’Italia a rimanere senza Stato e a impedire il concorso delle forze democratiche nei loro diversi ruoli di governo e di opposizione alla ripresa del Paese. E ciò può condurre un popolo a sentirsi privato dello Stato e frustrato dalla mancanza di democrazia, può sentirsi abbandonato dalle istituzioni, emarginato dall’Europa. Un popolo può cadere nello smarrimento, dopo che, per decenni, chiede lo Stato democratico e non riesce ad avere né democrazia né Stato.
Di Pietro è un pericolo per la democrazia, speriamo che il Partito democratico lo capisca in tempo.
Gianni Baget Bozzo
bagetbozzo@ragionpolitica.it