Torino, artisti nel segno di Rabelais

È passato soltanto un mese dal grido di dolore lanciato dal ministro Buttiglione, intervenuto a battezzare il fitto cartellone di eventi culturali che per cinque mesi farà da corollario alle Olimpiadi invernali di Torino. Quel giorno, Buttiglione imprecò contro i tagli della Finanziaria che asfissieranno la cultura, paventando poi persino le dimissioni.
Tutto cambi perché nulla cambi, diceva Tomasi di Lampedusa, e così la manovra va avanti, il ministro pure e sulle Olimpiadi della Cultura - malgrado il colpo di scure da 16 milioni di euro - si apre il sipario, poi chi vivrà vedrà. Fortuna che la partita si gioca a Torino, singolare realtà dove quando è in gioco la cultura, le amministrazioni locali riescono a fare gioco di squadra al di là della casacca politica. Miracolo italiano. Via allora al programma messo a punto dal Toroc in collaborazione con Comune di Torino, Provincia, Regione e Ministero, tra arti visive, teatro, danza, opera lirica, musica, cinema e letteratura. Ma il fiore all’occhiello sarà l’arte contemporanea, nella tradizione di una città che oggi vede operare le istituzioni più «europee».
Il primo grande appuntamento, che si apre l’11 novembre, è «T1-Torino Triennale Tremusei», una rassegna internazionale che coinvolge le tre maggiori istituzioni dedicate all’arte dei nostri giorni: Castello di Rivoli, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo e Gam. Questa mostra trasversale, che mette a confronto nuovissime proposte e poetiche già affermate, si articola in due sezioni: la prima presenterà le opere inedite e sperimentali di 75 giovani artisti di tutto il mondo, la seconda renderà omaggio a due artisti giovani ma già riconosciuti a livello internazionale. Il titolo della manifestazione, «La sindrome di Pantagruel», prende spunto dal personaggio fantasmagorico creato dal cinquecentesco scrittore francese François Rabelais. Creatura di proporzioni gigantesche, animato da forza e voracità sovrumane, Pantagruel è un simbolo letterario del passaggio dall’anti-eroe medievale all’homo faber rinascimentale.
Nell’intenzione dei due curatori, Francesco Bonami e Carolyn Christov-Bakargiev, la sindrome è ben riconoscibile nella poetica degli artisti contemporanei, vittime della bulimìa e del sentimento di onnipotenza che contagia la nostra epoca in tutte le sue forme: dalla politica ai media, dalla scienza all’economia globalizzata. Un’obesità che, sottolinea Carolyn Christov-Bakargiev, curatore del Castello di Rivoli, si manifesta anche nell’arte, costellata da «mega-show celebrati tramite i rituali delle biennali internazionali in ogni continente. La nostra sindrome, il nostro malessere culturale, è una forma di gigantismo». Tuttavia, sottolinea la Christov, questa tendenza si associa sempre a un senso di grande fragilità e precarietà, e il collasso, l’autodistruttività e l’esaurimento sono sempre dietro l’angolo.
Parallelamente alla mostra collettiva, che si estenderà anche agli spazi di Fondazione Merz, PalaFuksas, Casa del Conte Verde e Chiesa di Santa Croce di Rivoli, «T1» presenta la doppia personale dell’artista colombiana Doris Salcedo (Castello di Rivoli) e dell’artista giapponese Takashi Murakami (Fondazione Sandretto). Un dialogo che, sottolinea l’ex direttore della Biennale di Venezia Francesco Bonami, focalizza il confronto tra due punti cardinali della poetica contemporanea, quello che nasce dal Sud e quello che nasce dall’Est del mondo, «due concezioni artistiche diverse e contraddittorie, due modi di vedere il mondo che la mostra farà convergere per un tempo brevissimo». Entrambi gli artisti affrontano da ottiche diverse la concezione glocal molto in voga nell’arte contemporanea.
La prima, Doris Salcedo, reinterpreta nelle proprie installazioni il vissuto collettivo di una Colombia annichilita dalla violenza figlia delle multinazionali del narcotraffico. I materiali utilizzati, spesso semplici oggetti della vita quotidiana, hanno la memoria di un dolore sordo e radicato già nell’infanzia. Solo apparentemente più glamour il lavoro di Murakami, artista di Tokio che inventa personaggi che paiono tratti dal mondo dei fumetti manga e che lui trasforma in icone pop, a sottolineare il colonialismo culturale che ha indelebilmente caratterizzato la civiltà giapponese nel dopoguerra. L’aspetto ludico-infantile dei suoi personaggi nasconde dunque una violenza intrinseca e metabolizzata che traspare anche dalla denominazione della sua Factory, creata nei dintorni di Tokio sulle orme di Warhol: Hiropon, che è il nome di una droga pericolosissima ma legale diffusa in Giappone negli anni ’50.