Torino, gli «studenti» attaccano Maroni: «Segnali di terrorismo»

TorinoSi sono mossi come un esercito organizzato. Ma quello che ha sfilato per le vie di Torino, mimetizzato tra una folla di tremila studentelli, altro non era che l’esercito dell’anti-Stato. Duecento persone, armate fino ai denti con spranghe, estintori, pietre e molotov che, al momento opportuno, hanno preso la testa del corteo con l’unico scopo di scontrarsi con le forze dell’ordine che proteggevano il Castello del Valentino, sede del Summit dell’Università. Hanno giocato alla guerra, sferrando un attacco premeditato al quale la polizia ha risposto con cariche e un lancio serrato di lacrimogeni. Dieci minuti ad alta tensione, con gli occhi piangenti, il respiro soffocato e un fuggi fuggi generale in cerca di riparo.
Un copione già visto quello che hanno interpretato gli antagonisti, i giovani dell’anti-Stato. Un copione che ha portato all’arresto di due persone. Una di loro è Domenico Sisi, nipote di Vincenzo Sisi, il torinese catturato due anni fa perché iscritto alle nuove Br. Duecento guerriglieri hanno marciato nelle retrovie del corteo, fino a quando dal furgone che prima diffondeva musica e slogan non hanno cominciato a distribuire caschi e bastoni e dal megafono si è alzato il grido «avanti il blocco». La trasformazione è avvenuta in via Madama Cristina, tra le bancarelle del mercato. L’Onda anomala di cartapesta, simbolo dello tsunami che voleva travolgere polizia e città, è indietreggiata nelle retrovie, portandosi al seguito i meno esperti. Avanti le frange violente, i professionisti degli scontri. Avanti il blocco duro: quelli con il volto nascosto da passamontagna e sciarponi, caschi da motociclista, protezioni alle braccia e al torace. Un altro esercito, quello dello Stato, quello fatto di poliziotti e carabinieri in tenuta antisommossa ha blindato non solo l’incrocio tra corso Marconi e corso Massimo d’Azeglio, ma anche le due possibili vie di fuga tra via Ormea e corso Marconi. Nei trecento metri che separavano il corteo dal Valentino, gli antagonisti si sono disposti in dodici file compatte e armate. Per oltre venti minuti, manifestanti e polizia sono rimasti immobili sui due lati opposti. Poi dal furgone è partito l’ordine d’attacco. L’anti-Stato si è messo in marcia, con l’input di sfondare. Attaccare a testa bassa. A pochi metri dall’impatto la terza e la quarta fila del corteo si sono sganciate, superando gli altri manifestanti. In mano avevano degli estintori. È iniziata così la guerriglia con i contestatori che spruzzavano il gas dagli estintori contro la polizia che ha risposto con i lacrimogeni e diverse cariche. Una nube densa di fumo ha preso il sopravvento su tutto e tutti, nascondendo il serrato lancio di oggetti che è arrivato violento dalle retrovie del corteo. I contestatori sono stati obbligati a ripiegare, a indietreggiare fino all’incrocio con via Ormea. Dove hanno ingaggiato una nuova sassaiola. Stato e anti-Stato hanno combattuto per dieci minuti. La guerriglia è cessata alle 13.45, quindici minuti prima della chiusura ufficiale del G8. I cocci per strada, i cassonetti dell’immondizia rovesciati, i vetri infranti delle auto, le bombolette dei lacrimogeni testimoniano lo scontro, nel quale sono rimasti feriti 22 poliziotti e 2 carabinieri. Tre i manifestanti finiti in ospedale: due per intossicazione e uno per un trauma facciale. Il bilancio è di due arresti: Alessandro Arrigoni, 26 anni di Sassari, con precedenti per violenza, resistenza e lesioni, e Domenico Sisi, 29 anni di Torino, con precedenti per detenzione e porto di materiale esplodente ed infiammabile. «Le violenze sono state premeditate e potrebbero ripetersi in occasione dei prossimi incontri internazionali che si concluderanno con il G8 in programma all’Aquila» ha commentato il ministro dell’Interno Roberto Maroni, per il quale esistono «segnali inquietanti» legati al possibile risorgere del terrorismo.