La tormenta ferma gli alpinisti Un’altra notte a 7000 metri

Nuovi ostacoli per Nones e Kehrer lungo la discesa verso il campo base sul Nanga Parbat. Il tempo pessimo impedisce di vedere il percorso

Walter Nones e Simon Kehrer, insieme a Karl Unterkircher, nelle scorse settimane avevano pianificato - nei limiti consentiti da situazioni che, come hanno dimostrato i fatti, possono ribaltare completamente le carte in tavola - una discesa con gli sci da alpinismo, come già è stato fatto tante altre volte nella storia. Una volta raggiunta la vetta salendo dalla parete più ripida, i tre sarebbero scesi da quella più dolce che permette, almeno parzialmente, l’uso di questi sci particolari (che niente hanno a che vedere con quelli da pista usati dai turisti) alternato alle calate in corda doppia.
La perdita di Unterkircher durante la delicatissima fase di superamento del grande seracco ha costretto il carabiniere di Cavalese e la guida alpina di San Vigilio di Marebbe a cambiare i piani, convincendoli della necessità di un ritorno immediato a fronte di un quadro psicologico divenuto decisamente più difficile che si aggiungeva ai rischi e alle difficoltà oggettive della scalata. La discesa con gli sci ora, per Walter e Simon, potrebbe costituire uno strumento in più per tornare velocemente mentre le energie sono, comprensibilmente, in calo. «Dopo l’incidente e il primo bivacco sulla parete Rakhiot - precisa Agostino Da Polenza che coordina le operazioni di soccorso dall’Italia - Walter e Simon si sono spostati, in traverso, in direzione della parete Rupal. Una volta incrociata la via tra le due pareti da cui lo scalatore austriaco Hermann Buhl raggiunse per primo al mondo la vetta del Nanga nel 1953, hanno cominciato a scendere. Ieri però le condizioni meteorologiche, secondo quanto previsto, sono peggiorate al punto da rendere imprudente il proseguimento. Naturalmente si sperava che la visibilità si mantenesse sufficiente ma così non è stato». Chi conosce l’alta montagna sa bene che quando il tempo si chiude anche l’itinerario più banale diventa irriconoscibile. Persino i sentieri tracciati sulle Alpi talvolta sono di difficile individuazione. Figuriamoci lassù, a 7000 metri, su una via che tale è nella proiezione fatta dagli uomini, mentre sul terreno ci sono solo rocce, neve e ghiaccio.
Il bivacco di domenica di Walter Nones e Simon Kehrer, quando ancora le condizioni meteo erano buone, si è reso necessario per non spingere troppo oltre il limite, dopo molte ore trascorse insonni, con lo stress psicologico di un dramma alle spalle, accaduto proprio al capo spedizione, cioè all’alpinista più esperto, quello su cui, nell’indecisione o nelle difficoltà, ci si appoggia. Certo, Nones nel 2004 era già stato sul K2 insieme a Karl, senza ossigeno, mostrando grandi doti naturali di resistenza e capacità tecniche di progressione sul terreno degli ottomila (il Nanga dalla parete Rakhiot, così come il K2, è una montagna tecnicamente più impegnativa della media), ma ciò non toglie che la situazione attuale sia unica. Come forse ogni situazione in montagna a suo modo lo è.
Il meteo non sembra presentare grossi spiragli per le prossime ore. Quel che più conta è, da un lato che non ci siano precipitazioni abbondanti che possono esporre i due alpinisti al rischio di valanghe, dall’altro che la discesa, in condizioni di visibilità ridotta, sia effettuata con grande circospezione per evitare i crepacci che, con le nuvole e il bianco abbacinante della neve, si mimetizzano molto bene. «Walter mi ha detto che intendono procedere pian piano - conclude Da Polenza - per non restare immobili e intrappolati in quota. In questo modo dovrebbero riuscire ad avvicinarsi al campo base».