Torna il pollo in tavola Ma l’aviaria è costata settecento milioni di euro

In Italia le vendite sono aumentate del 6 per cento. Il virus è però di nuovo in Europa. Morti in Inghilterra 2500 volatili

Lo spauracchio dell’influenza aviaria non fa più paura agli italiani che hanno ricominciato a mangiare polli e tacchini nonostante nuove avvisaglie di contagio che provengono dal Giappone e dalla vicina Inghilterra.
Nel nostro Paese, però, la situazione è sotto controllo, i consumatori sono rassicurati soprattutto dalle etichette obbligatorie che garantiscono la provenienza dei prodotti avicoli. Non a caso, le vendite sono aumentate di oltre il 6% nel secondo semestre del 2006. La ripresa fa tirare un sospiro di sollievo alla Coldiretti che sostiene un ritorno alla normalizzazione: la carne di pollo è ormai presente nei menu di otto famiglie italiane su dieci diventati consumatori abituali anche di prodotti più elaborati come crocchette, involtini e cotolette. Anche le esportazioni hanno confermato questa fiducia nelle carni italiane cresciute del 6% per un quantitativo stimato in 130 milioni di chili nell'arco dell'anno.
I periodi neri del settore avicolo sembrano dunque un ricordo lontano, quando nei primi sei mesi del 2006 i consumi erano crollati del 18,6 per cento. Le quotazioni erano precipitate con danni stimati in quasi 700 milioni di euro per l’intera filiera avicola. L’occupazione aveva subito un forte contraccolpo con la cassa integrazione per ben 30mila lavoratori su un totale di 180mila.
Ora si è tornati ai vecchi tempi. Il consumo domestico ha raggiunto 300mila tonnellate all'anno e ogni famiglia italiana acquista circa 18 chili di pollo. Ma il tormentone sull’aviaria ritorna puntuale come un orologio. E sembra più attuale che mai. Ci sono casi di contagio in Asia e nell’Est dell’Inghilterra dove il virus H5 dell'aviaria è stato individuato in un allevamento nella contea di Suffolk. Il focolaio è stato rilevato in seguito alla morte di circa 2.500 volatili in un allevamento di 159mila tacchini. Le analisi hanno confermato la presenza del ceppo H5N1. Nel frattempo, le autorità britanniche hanno applicato le misure di protezione previste da un'apposita direttiva comunitaria del 2006, che impone la creazione di una zona di isolamento in un raggio di 3 km dal centro del focolaio ed una zona di sorveglianza con un raggio di 10 km dal focolaio. Intanto, nella Norvegia meridionale sono state decise misure restrittive per l'allevamento dei volatili, dopo la notizia dell'Inghilterra.
Dall’Inghilterra al Giappone. Ieri le autorità hanno confermato il quarto caso di influenza aviaria del tipo letale H5N1, in un allevamento di polli del sud del Paese. Il ministero dell'agricoltura ha precisato inoltre che oltre 20 polli sono stati trovati morti, nel mese scorso, in un allevamento nella provincia sud-occidentale di Miyazaki, zona in cui si trova la maggior parte degli allevamenti di polli del Giappone.
L’aviaria, dunque, semina ancora terrore nel mondo. Non solo in Asia ma anche in Europa. La vera pandemia sembra essersi spostata in Africa, Nigeria, Egitto, dove i focolai sono innumerevoli e non si riescono a controllare. «Per il momento il contagio da uomo a uomo non c’è stato se non in casi molto specifici – spiega il virologo Fabrizio Pregliasco – ma non bisogna abbassare la guardia perché il pericolo non è affatto scongiurato».
Il ricercatore, che ha scritto anche un libro sull’aviaria, sostiene che ci sia stato troppo allarmismo e «un’attualizzazione della pandemia». Così, scongiurato il pericolo imminente, «molti hanno archiviato la cosa come nella favola della pecora e del lupo. E ora assistiamo ad un azzeramento mediatico del problema più attuale che mai».