"Torno e vi uccido". Ma il suocero gli spara

Como - «Ora me ne vado, ma torno con una pistola. Vi uccido tutti e porto via il bambino». Invece è morto lui, Yedaye Mourad, 35 anni, tunisino, niente permesso di soggiorno. Lo ha ucciso il suocero, Giuseppe Caccia, 49 anni, con due colpi di fucile calibro 12, un’arma da caccia regolarmente detenuta.
Si perché Mourad è tornato per davvero, ubriaco e cattivo, ma si è trovato di fronte il suocero intenzionato a difendere la famiglia. «Vattene o ti sparo», gli ha intimato. Ma Mourad non l’ha fatto.
Voleva entrare in casa il tunisino. Era mezzanotte. Viveva lì, in quel cascinale su due piani a Gaggino Faloppio, bassa Comasca, in mezzo ai boschi dove si nascondevano i contrabbandieri. Lui era finito in galera per reati legati alla droga e al patrimonio ed era uscito con l'indulto in agosto. Lì abita Monica, la donna che lo amava e dalla quale aveva avuto un figlio che adesso ha due anni. Ma adesso lei di quell’uomo manesco e violento non voleva più saperne. Anzi lo aveva persino denunciato ai carabinieri. Monica ha solo 25 anni.
L’altra notte ha paura e chiede aiuto al padre. «Vuole ucciderci tutti, aiutaci». E il padre non si tira indietro. Ha ripreso la figlia in casa apposta perché lei all'inizio se ne era andata pensando che Yedaye fosse l'uomo della sua vita e potessero farcela loro due da soli. Era tornata dal padre quando aveva capito che era meglio ci fosse qualcuno che vegliasse su di lei la notte.
I problemi erano peggiorati con l'arrivo del bambino e le liti erano all'ordine del giorno. Nessun vicino di mezzo, solo un padre preoccupato per la figlia e il nipote.
È un po' la storia di Raffaella Castagna e Azouz Marzouk prima che arrivassero i vicini di casa a far la strage. Un amore tra due ragazzi di due Paesi diversi che sembra eterno, ma si scontra con due diversi modi di vivere e pensare. Solo che in casa Castagna, Azouz era stato rifiutato prima e accettato dopo.
Qui, in casa Caccia, i problemi peggiorano di anno in anno. Ed è almeno un anno che le cose vanno storte. Yedaye è un omone alto 1 metro e 92, fisico massiccio, sguardo da duro. E modi spavaldi. Sembra che abbia anche precedenti per resistenza. Non ha un lavoro e già basta questo a irritare una famiglia che del lavoro ha fatto la sua vita, anche se la tessitura che Monica aveva con il fratello ha finito per fallire. Non ha un lavoro e si caccia nei guai. Non ha un lavoro e alza la voce con Monica. Caccia è divorziato, lavora in Svizzera come operaio nei cantieri per il traforo ferroviario del San Gottardo. È tranquillo e riflessivo, così dice chi lo conosce. Ma gli insulti e le minacce non li sopporta. Come quelli dell'altra sera. Alle nove si ritrovano ancora lì, suocero, figlia e genero. Altra lite. Altre minacce. «Torno con una pistola». Yedaye non ha una pistola in mano quando torna, ma è alterato. Forse ha anche bevuto. Bussa al portone. Monica gli dice di andare via. Il suocero anche. Ma lui insiste. Il suocero scende. «Vattene». Ma Yedaye lo provoca: «Tanto tu non mi spari». Il suocero lo allontana fino al cortile. Il genero continua a provocarlo. Il suocero perde la pazienza e spara. Due colpi. Un colpo al petto, uno alla spalla. Una rosa di pallini che sfonda il petto a Yedaye. Monica chiama i carabinieri e racconta quel che è successo. I militari arrivano e Caccia non fa una piega. Si consegna, da uomo mite quale è sempre stato. E mormora: «Adesso mi chiameranno assassino. Ma non potevo più sopportare che picchiasse mia figlia ogni volta che era ubriaco. Da tempo volevamo cacciarlo ma lui non se ne voleva andare. Abbiamo litigato e ho perso la ragione».