La trappola del dialogo

Il dialogo sembra la via di mezzo tra la forza e il diritto. Sembra mettere tutti sullo stesso piano, ma in realtà lascia che i più forti restino i più forti e che chi può esercitare un diritto lo eserciti. Lo si è visto con l'elezione delle tre più alte cariche dello Stato: chi aveva il diritto e la forza di scegliere, cioè la sinistra, lo ha fatto.
Molto spesso, lo scopo del dialogo è quello di arrivare a una connivenza tra le parti per sostenere che la decisione finale è stata «condivisa». In realtà la convergenza non è mai frutto di dialogo bensì di interessi. Solo quando le forze si equivalgono e l'esercizio di un diritto è di fatto impedito, allora il dialogo diventa sostanziale, anche se può non portare ad alcun risultato.
Gli inviti autorevoli, che sono tali per la carica istituzionale da cui provengono (ma non lo erano anche quelli di Ciampi, Pera e Casini?), all'opposizione di centrodestra perché dialoghi con la maggioranza di centrosinistra mirano solo a dividere la Casa delle libertà. Si pensi al referendum. Il «dialogo» che la sinistra propone è questo: la riforma della Cdl è un obbrobrio e deve essere abrogata il 25-26 giugno; poi si dialogherà per una riforma condivisa. In altre parole: prima il centrodestra rinunzi alla propria riforma (regolarmente votata da un regolare Parlamento), poi si discuterà. Ovvero: prima la resa e poi la trattativa, quando, normalmente, la resa stessa fa parte della trattativa.
Il punto è che il centrosinistra, arrivato fortunosamente al potere, non sa che cosa fare poiché tutto il suo programma alla fine consisteva in un articolo unico: abrogare le leggi fatte dal centrodestra. E può farlo perché ha la forza e il diritto, cioè i voti in Parlamento (anche se al Senato potrà incorrere in qualche difficoltà). Ma abrogare una legge non crea il vuoto giuridico: si rimette in vigore l'ordinamento precedente. Così accadrebbe con la bocciatura della riforma costituzionale, con in più la conservazione della riforma del titolo V della Costituzione.
Questo è tuttavia il meno. È la sostanza che imbarazza il centrosinistra. Non sa se e quali grandi opere infrastrutturali fare; non sa se e come modificare la legge sulle pensioni o quella sul mercato del lavoro; non sa come finanziare il taglio del cuneo fiscale ed eventualmente in che modo applicarlo e a chi; non sa se abrogare e come modificare la legge Moratti. I suoi leader esprimono pareri contrastanti. Per questo chiedono al centrodestra di dialogare. Vorrebbero che il centrodestra si facesse complice nell'abrogazione o modificazione delle leggi che ha votato nella passata legislatura. Sembra la favola del lupo e dell'agnello.
A questa offerta di dialogo, il centrodestra dovrebbe dare una risposta semplice: avete la maggioranza, fate quello che volete, lasciateci in pace. Che il centrosinistra prenda i provvedimenti che vuole, poi si vedranno gli effetti; e che il centrodestra si limiti a criticarli nelle sedi opportune, il Parlamento in primo luogo. Nessuna rissa, nessun coinvolgimento. Prodi auspica il dialogo con il centrodestra? Si preoccupi anzitutto di dialogare con i suoi e li metta d'accordo sulla Tav o sulla politica energetica o sulla riforma del Welfare o sul taglio del cuneo fiscale o della spesa pubblica, dello Stato e delle Regioni. Decida e si prenda la responsabilità. Non c'è obbligo costituzionale al dialogo. Ci sono state le elezioni e adesso c'è il Parlamento dove si confrontano le posizioni. Il dialogo democratico è questo. Invece di parlare di dialogo, il centrosinistra governi. Non è il «clima» sfavorevole che glielo impedirà.