Per trattare ad armi pari con lo Stato occorre un’Equitalia dei cittadini

Fisco inflessibile contro i ritardi nei pagamenti. Ma le imprese non riescono a rivalersi sul pubblico. In ogni contenzioso uffici agevolati da leggi a loro più favorevoli

La colpa di Attilio Befera, direttore dell’Agenzia delle Entrate e presidente-ideatore di Equitalia, è di essere troppo bravo. Con qualche rodomontata superflua, questo è vero - dall’assedio di Capodanno a Cortina, all’arrembaggio del panfilo di Briatore due anni fa - ha però creato un gioiellino che dà al Fisco buone carte contro l’evasore. Befera, che è un bancario approdato al mondo affascinante dei pignoramenti e sequestri, ha eseguito con spirito bipartisan il compito che i ministri delle Finanze, prima Visco e poi Tremonti, gli hanno affidato: creare una macchina da guerra per stanare furbi e distratti, obbligando finalmente i cittadini ad assolvere gli impegni verso lo Stato. Ci è riuscito grazie al fiuto poliziesco e al cumulo delle cariche (Entrate più Equitalia) che gli permette di presiedere l’intero ciclo tritura contribuente: dall’accertamento fiscale, all’esazione forzata del tributo. È così diventato uno degli uomini più temibili della nazione - l’unico alla pari con certi pm (anche loro nei computer di Equitalia) - ma si è pure attirato cupi livori. Reazioni però ingiustificate verso uno zelante funzionario che, rara avis, ha fatto bene quello che gli era stato richiesto. Fin troppo bene, questo è il punto. L’inesorabile perfezione dell’ingranaggio beferiano in uno Stato colabrodo come il nostro è, infatti, una nota stonata che può creare, e di fatto crea, squilibri e ingiustizie

La situazione oggi è questa. Lo Stato ha in Befera e nei suoi armigeri un braccio palestrato contro i cittadini, semplici debitori o grandi evasori, la cui vita può essere trasformata in incubo da Equitalia finché si convinceranno a rigare dritto. Il tutto nel pieno rispetto della legge, la Costituzione e compagnia cantante. Ma a parti inverse, i cittadini che strumenti hanno? Se è la Pubblica amministrazione a non adempiere i suoi obblighi, se è lo Stato che non onora i propri debiti verso i privati, cos’ha il cittadino per farsi valere? Poco, e quel poco inefficiente. Di fatto, nulla. E questo niente dei cittadini stride in modo insopportabile, ingiusto e umiliante con l’invasività dello Stato che, tramite Equitalia, può spadroneggiare sul patrimonio del proprio debitore, impossessandosene, con l’arbitrio tipico delle procedure coatte, fino a ridurlo sul lastrico.

Giratela come volete, ma la relazione tra cittadini e Stato in Italia è trogloditica. Siamo sudditi e di terza categoria. In ogni rapporto con noi, la Pa ha regole che la avvantaggiano. Ritardate di un giorno, tre, cinque nel pagare una contravvenzione o una tassa? Scatta una maggiorazione del venti, trenta per cento. Trenta giorni dopo, partono sequestri, blocchi di auto, aste, eccetera. Se invece è lo Stato che deve restituire un po’ di sodi, per esempio quando avete versato più tasse del dovuto, salderà a babbo morto e con i soli interessi legali, cioè un’inezia. Due pesi e due misure. E vogliamo scordarci il sistema fiscale, imbarbarito ultimamente da Tremonti? I suoi capisaldi sono da satrapia babilonese. Inversione dell’onere della prova: l’Erario ti accusa di evasione senza pezze d’appoggio e spetta a te dimostrare che non c’è stata. Solve et repete: di fronte a una pretesa ingiusta, puoi sgolarti quanto vuoi ma prima sganci i danè al Fisco e poi, se ti va bene, richiedi al giudice il maltolto. Basterebbero queste due infamie per rifare i Vespri siciliani e noi, invece, lì zitti a sorbettarci il sospetto generalizzato di evasori, con annessa pubblicità tv sui parassiti. Esula dall’articolo distribuire le colpe di questa situazione. Ma, ovviamente, è tutta del Parlamento che, a conferma della radicata mentalità medievale di ogni parte politica, non parifica Stato e cittadini come si confà a una società liberale. Né tira aria che le cose cambieranno in fretta. Anzi.

Vediamo quali sono i risultati più odiosi di questa disparità. Gli imprenditori italiani vantano novanta miliardi di crediti verso la Pa. Negli ultimi due mesi, tredici di loro si sono suicidati, causa ritardati pagamenti. Lo Stato li ha sulla coscienza.
In Italia, la Pa salda con ritardi medi di sei mesi, che diventano tre anni nel Sud. L’Ue impone un massimo di due mesi. In Germania, le imprese ricevono il dovuto dopo un mese.
E non c’è modo per gli imprenditori italiani di contrastare l’andazzo: la giustizia civile è inesistente, la possibilità rivalersi con l’esecuzione forzata, una favola.

Allora, per riassumere. Le cose tra cittadino e Stato non funzionano. Il Paese è abborracciato e vizi e difetti sono equamente distribuiti. Non si vede perciò con che faccia, lo Stato possa fare il primo della classe, andando per le spicce con Equitalia quando, a sua volta, evade un colossale debito verso il cittadino-imprenditore.

È la ragione per cui i superpoteri del pur bravo Befera sono percepiti come un’anomalia. E lo saranno finché non ci sarà un’Equitalia dei cittadini. Che metta noi su un piede di parità e lo Stato spalle al muro.