Tre milioni d’euro a Barillà Ecco il maxi risarcimento per 7 anni di cella ingiusta

da Milano

Duemilionisettecentocinquantanovemilasettecentoquarantatré euro e settantadue centesimi. Più gli interessi maturati per un totale di tre milioni e spiccioli che nessuno ha ancora avuto il tempo di calcolare alla virgola. Quindici anni dopo, il caso Barillà si chiude almeno sul lato contabile con un maxirisarcimento alla vittima di uno dei più gravi errori giudiziari nella storia del Paese; dal punto di vista umano, invece, ogni cerotto risulta insufficiente e la ferita, forse, non si cicatrizzerà mai.
Daniele Barillà, piccolo artigiano di Nova Milanese, finì incredibilmente in galera il 13 febbraio 1992. I carabinieri del Ros di Genova avevano pedinato sulla tangenziale di Milano una Tipo amaranto e non si erano accorti che all’ultimo minuto c’era stato un disgraziatissimo scambio di vetture. La Tipo dei trafficanti di cocaina si era defilata, il suo posto, per una maledetta fatalità, l’aveva preso la Tipo amaranto dell’incolpevole Barillà. Ci vollero sette anni e mezzo per prendere atto dell’errore. Ora la Corte d’appello di Genova ha sistemato l’ultima pezza, quella relativa alla valutazione dei danni subiti.
Un caso del genere, quasi da manuale, è difficile da pesare sulla bilancia. Barillà era un ragazzo di 31 anni, aveva una fidanzata, una mamma orgogliosa del figlio, un capannone in cui una squadra di operai lavorava con ritmi cinesi assemblando pezzi di motorini elettrici. Tutto finito, con un taglio netto come una coltellata. Era la vigilia di San Valentino e Daniele era andato a comprare un regalo alla sua ragazza; si ritrovò in manette, a San Vittore, con l’accusa infamante di essere un aspirante boss del narcotraffico.
L’azienda collassò, il padre morì di crepacuore, la fidanzata fu indirizzata dal roccioso Daniele per la sua strada: «Mi hanno dato 18 anni - le disse dopo la condanna in primo grado - perché scontarne 36 in due? Addio».
Come riparare ad una catena di torti così disastrosi? L’altalena dei verdetti è stata lunga e complicata. I giudici hanno subito raggiunto un punto d’equilibrio a proposito del danno esistenziale e di quello biologico: 1.800.000 euro. Da questa cifra nessuno si è più scostato. Il problema è stato invece definire il danno patrimoniale e quei numeri sono cambiati nel tempo: prima sono schizzati all’insù, poi sono precipitati, quindi sono risaliti a metà strada. All’inizio infatti erano stati liquidati due milioni, ma il totale è stato contestato dalla Procura generale e dall’Avvocatura dello Stato che hanno fatto ricorso in Cassazione. Troppo alto, a sentire loro, il risarcimento. «In effetti - ammette l’avvocato Maria Costa - si dava per scontato che Barillà avesse perso al 100 per cento la capacità lavorativa, ma la perizia effettuata dava un altro risultato: un’inabilità al 70 per cento e dunque una capacità residua del 30 per cento».
Dopo un ping pong fra Corte d’appello e Cassazione, il danno patrimoniale è stato notevolmente ridimensionato: sono stati riconosciuti 317.404 euro per la perdità del capannone e altri 358.934,45 per l’inabilità al lavoro. Punto. È stato Barillà questa volta ad attaccare e si è arrivati al risultato finale: sono saltati fuori altri 206mila euro per le spese legali sostenute nei lunghissimi processi e altri 25mila per la perdita della casa, venduta sottocosto negli anni della disgrazia proprio per sostenere gli onorari degli avvocati. I magistrati hanno anche quantificato alcune piccole voci e, infine, hanno recuperato gli interessi, incredibilmente dimenticati in precedenza. Risultato: 2.759.743,72 euro. In realtà, oltre tre milioni.
«Cercherò di spenderli in modo oculato per assicurare un avvenire dignitoso alla mia famiglia», spiega Barillà che sta provando faticosamente a rifarsi una vita. Si è sposato, ha un figlio e abita in Francia: «La mia pena è finita con questa pronuncia».