Tre vite false nascondono una vita disperata

Andrea Caterini

Non bisogna farsi confondere dal turpiloquio e dalla rabbia. Franz Krauspenhaar ci ha abituati alla recita, a un'autorappresentazione ferocemente ironica, fino al grottesco. È così nei suoi romanzi penso a Le monetine del Raphaël , così come è nei suoi libri di versi Le belle stagioni, ad esempio. Grandi momenti è di nuovo in questo territorio, sulla scena desolata di un teatro senza spettatori. Ma mai come ora lo spettacolo nascondeva tanta disperazione.

L'alter ego di questo nuovo romanzo, colui che dice «io», è uno scrittore di nicchia, Franco Scelsit, che in anni precedenti ha avuto una certa autorevolezza nel mondo editoriale, e che continua a vivere, nonostante i suoi cinquant'anni, con la madre ottantenne e il fratello pittore. Ma Franco è reduce da un infarto che lo costringe alla riabilitazione nell'«ospedalino», insieme a un gruppo di malati coi quali condivide le giornate in sala pesi. Si è detto alter ego. Ma qui Krauspenhaar ne ha in realtà due, anzi tre. Oltre allo scrittore senza più lettori, Scelsit scrive, sotto falso nome, dei gialli che vende in migliaia di copie per un editore che li distribuisce in tutti gli autogrill della penisola. Coi soldi ricavati dalle vendite compra vecchie auto immatricolate tra gli anni Ottanta e Novanta, gli anni in cui il personaggio sembra essere inchiodato , con le quali sfreccia, di notte, sulla Milano Laghi. Ma quale funzione hanno le due personalità recitanti in due diversi palcoscenici della vita? Da una parte Scelsit, che disprezza il mondo specie quello dell'editoria , coprendolo di insulti; dall'altra Rodolfo Simonetti, lo scrittore di gialli, l'uomo «mai nato», senza un volto, che permette all'altro sé di sopravvivere.

A me sembra, però, che le due personalità che Krauspenhaar ha messo in scena, la maschera sputa soldi (il giallista), e la maschera sputa rabbia (lo scrittore frustrato), non servano ad altro che a nascondere, e quindi a far emergere, quella terza persona che è fuori da ogni recita. L'uomo che fa i conti con la propria solitudine, con la propria disperazione; quello che ha rischiato di morire e che ora è posseduto da visioni di morte. Come l'apparizione del padre, scomparso anni prima, quel padre al quale non perdona di non esserci più, di averlo lasciato solo. Eppure, a ben vedere, non è suo padre che quell'uomo non perdona, ma se stesso: quello che ha lasciato morire nella sua esistenza.