Tremonti: «È arrivato il tempo di pensare alla riforma fiscale»

La finanziaria approvata in via definitiva dal Senato contiene riduzioni di imposta personale di carattere sperimentale che, a regime, possono avere un’importanza rivoluzionaria per il mercato del lavoro e per quello edilizio e un taglio delle spese per assessori e consiglieri degli enti locali importante per la riduzione dei costi della politica. Comincio da queste norme, predisposte dal ministro per la semplificazione burocratica Calderoli, che comportano un risparmio di spesa per ora di 220 milioni, ma destinati a crescere in seguito. Innanzitutto si riduce del 20% il numero dei consiglieri comunali e provinciali e del 25% quello dei rispettivi assessori. Ci sono ben 8.100 comuni e 110 province: i consiglieri comunali attualmente variano da 12 per i comuni con meno di 3mila abitanti a 60 per i grandi comuni. Per le province il numero dei consiglieri varia da 24 per quelle con meno di 300mila abitanti a 45 per le più popolose. Gli assessori comunali e provinciali possono arrivare a un terzo dei consiglieri. Ammessa una media di 20 consiglieri per comune attualmente ci sono 16.200 consiglieri e circa 4 mila assessori comunali. Il taglio del 20% dei consiglieri li riduce a 3.200 e quello del 25% degli assessori ne toglie un migliaio (retribuiti e dotati di personale, telefoni e telefonini, autisti, uffici).
Per le province il numero attuale di consiglieri è di circa 300 e quello degli assessori (retribuiti e dotati di staff, auto e locali attrezzati) di altri 100. Il taglio è di circa 85. Il taglio non riguarda i consigli comunali e provinciali attuali, ma solo quelli futuri, e nel 2010 se ne rinnova solo una parte. Ecco perché il risparmio è destinato a crescere dai 220 milioni del 2010 a cifre superiori negli anni successivi. La somma in questione va a detrazione dell'importo che lo stato versa ai comuni per indennizzarli della soppressione dell'Ici sulla prima casa, calcolato di 900 milioni annui. Una operazione che contiene un insegnamento dotato di grande valore morale. Tagliando le spese politiche e burocratiche si può alleviare l'onere tributario sull'abitazione propria, un obbiettivo primario per la realizzazione dell'obbiettivo della casa in proprietà per un numero crescente di famiglie e per una società in cui non ci sono più proletari, ma tutti sono proprietari, di poco o di molto.
C’è però, il caro alloggi, non solo per la casa in proprietà, ma anche per quella in affitto. E le case in affitto sono difficili da trovarsi e nei comuni che abbiano superato la natura di paesi e siano città, anche piccole, esse hanno spesso prezzi che incidono in modo sproporzionato sul bilancio familiare. Ma ciò dipende in larga misura dal fatto che la proprietà edilizia è soggetta a elevati carichi fiscali e che i proprietari che danno le case in affitto in modo legale, ci pagano imposte che rendono poco conveniente questo investimento, comunque soggetto al rischio di morosità degli inquilini, con procedure di sfratti che vanno per le lunghe. L'offerta edilizia è inadeguata e molti affitti, così, sono in nero, in tutto o in parte. Da tempo si propone l’imposta secca del 20% sugli affitti. Non si sa esattamente se essa, nell'immediato, farà perdere gettito e quanto perché si presume che una aliquota secca del 20% sulla locazione di immobili faccia emergere una parte sostanziosa degli affitti in nero. Nella finanziaria c’è, così, la introduzione di tale imposta secca del 20%, in via sperimentale, limitatamente alla provincia dell'Aquila. In quanto colpita dal terremoto, i suoi proprietari di immobili, possono avere un vantaggio fiscale particolare senza che si violi il principio costituzionale di eguaglianza di trattamento a parità di capacità contributiva. Se si estenderà questa misura in futuro, essa potrà rivoluzionare il mercato immobiliare, dando un impulso all’edilizia e rendendo più abbondante e trasparente l'offerta di immobili in affitto.
Infine, la proroga della tassazione al 10% dei redditi di lavoro straordinari e dei compensi legati alla produttività, entro un limite quantitativo annuo, per ciascun lavoratore. Se questa detassazione andrà a regime, non solo ne riceveranno beneficio i lavoratori, ma ci sarà una spinta alla produttività del lavoro e alla contrattazione collettiva periferica. Anche questa può essere, nel medio termine, una riforma fiscale a costo zero in quanto può generare maggior lavoro e più produttività e può fare emergere una quota dei «fuori busta» attualmente utilizzati.