Trento e Bolzano, campioni di autonomia e privilegi

«Sì, percepisco più di Obama. Però è un paragone improprio. Lui ha uno staff enorme a sua disposizione». Qualcuno potrebbe obiettare che guidare la prima superpotenza mondiale comporta qualche grattacapo in più che sedere sulla poltrona di «primo altoatesino», ma probabilmente sarebbe tempo perso. Luis «Durni» Durnwalder, 69 anni, gli ultimi 22 trascorsi nelle vesti di dominus della Provincia autonoma di Bolzano (anche se lui, leader della Svp - Partito Popolare Sudtirolese - preferisce la denominazione Südtirol) da sempre mal digerisce gli appunti sulla gestione del danaro nel suo feudo. E i nervi del presidentissimo da 12mila euro netti al mese (340mila lordi all’anno) sono ancor più scoperti in questo periodo, con l’aria di taglio alle spese che soffia da Roma e che rischia di trasformarsi in una vera e propria bufera pronta ad abbattersi su quello scintillante paradiso verde che è il Trentino Alto Adige.
Già, perché il Trentino Alto Adige, inteso come Regione a statuto speciale, ha ben motivo di temere di essere nel mirino delle forbici statali, molto più delle Province autonome di Trento e Bolzano. Principalmente perché quasi nessuno sa a che serva un ente senza poteri, visto che l’accordo del 1972 che istituiva le due Province autonome ha lasciato come unica competenza specifica della Regione il servizio antincendio e l’aggiornamento dei libri fondiari. Un po’ poco, per un ente che consta 175 di dipendenti e brucia 13,3 milioni all’anno. Cifra ancor più impressionante considerato che i consiglieri regionali coincidono con quelli provinciali e che quindi non percepiscono alcuna diaria aggiuntiva.
In attesa di capire se la scure si abbatterà davvero sui forzieri bolzanini Durnwalder, con pragmatismo teutonico, mette le mani avanti e assicura: «La Provincia abbatterà i costi generali del 20%, i componenti della giunta si sono già ridotti del 15% le proprie indennità». E se per sviare l’incursione delle forbici statali mostrate buona volontà in chiave di stretta alle spese è un’ottima idea, fornire ai contabili ministeriali un bersaglio più appetitoso è una mossa ancora migliore. «In Trentino i costi della politica sono quasi il doppio rispetto all’Alto Adige», ha perfidamente chiosato Durni, costringendo il dirimpettaio Lorenzo Dellai, presidente della Provincia autonoma di Trento (nonché l’inventore della Margherita) a precisare che in Trentino però, a differenza di quanto capita a Bolzano, esiste la incompatibilità tra assessore e consigliere, e che quindi, una volta nominato assessore, un consigliere provinciale deve dimettersi e lasciare libero il posto al primo dei non eletti, che gli subentra in Consiglio e va a pesare sulle casse della Provincia con uno stipendio in più.
Già, gli stipendi. Tecnicismi a parte, alla fine sono sempre le paghe dei politici, che siano locali o nazionali, a determinare la caratura della casta e a scatenare l’indignazione dei cittadini. Quanto costano dunque i consiglieri trentini e altoatesini? La risposta la dà il quotidiano Il Trentino: 9.100 euro netti. Non male, visto che oltretutto le due Province autonome, da 35 consiglieri ciascuna, prevedono per gli spostamenti dei loro membri un rimborso di 0,33 euro al chilometro fino a ottomila chilometri l’anno; altri seimila chilometri vengono rimborsati allo stesso prezzo dalla Regione. Questo, sottolinea il Sole 24 Ore, solo per i «consiglieri semplici». Perché al salire delle cariche aumentano esponenzialmente rimborsi ed indennità. Il presidente prende il 50% di un consigliere, un vicepresidente il 25%, un segretario questore il 12,5%.
Il presidente del Consiglio provinciale trentino Bruno Dorigatti per parte sua, sulla scia della stretta ai costi annunciata in quel di Bolzano, ha dichiarato di essersi già ridotto di mille euro («unica voce sulla quale ho possibilità di intervento discrezionale»). Durni seguirà l’esempio? Difficile, visto che recentemente ha avuto il fegato di dichiarare: «Sono il politico più pagato? Me lo merito».