Dalla Tripoli del 1936 l’idea per restituire alla Foce l’edificio Labò

«Tra i vari padiglioni, quello della Grande Genova è stato indubbiamente uno dei più ammirati per le sue modernissime e razionali linee architettoniche, attraverso (le quali)la Dominante afferma ancora una volta la grandiosità e l'importanza delle sue industrie, lo sviluppo dei suoi commerci, la imponenza dei suoi traffici di centro marittimo e aereo, la maturità piena raggiunta in ogni settore della produzione e del lavoro» (da «Genova alla Fiera di Tripoli», Giornale di Genova, 9 maggio 1936).
Gli anni compresi tra il 1933 e il 1938 vedono la completa affermazione e sviluppo in Italia del linguaggio razionalista. Genova, che era rimasta fino all'inizio degli anni Trenta ai margini del dibattito internazionale delle avanguardie, assume in questo arco di tempo una posizione di rilievo nel contesto nazionale. Opere paradigmatiche del razionalismo locale, quali il mercato dei Fiori (1934), lo stadio del Nuoto di Albaro (1935-36), la casa littoria di Genova-Sturla (1936-38) e, sul piano urbanistico, l'avvio del progetto per la realizzazione del complesso residenziale di piazza Rossetti alla Foce (1934-1938) testimoniano il livello di eccellenza raggiunto dal capoluogo ligure in questi anni nel campo dell'architettura, autentica punta di lancia del Movimento Moderno. Non deve sorprendere dunque che nel 1936, in occasione della X Fiera Coloniale di Tripoli - l'esposizione consacrata dal Regime «alle glorie imperiture del rinnovato Impero» - il capoluogo ligure si presenti con un padiglione dai contenuti rivoluzionari, opera dell'arch. Riccardi.
Nel panorama della rassegna internazionale tripolina - formidabile cassa di risonanza del dispositivo propagandistico di regime - il padiglione di Genova, concepito per un uso permanente, emerge per originalità compositiva e innovazione tecnica, espressione in certo qual modo «sperimentale» della nuova architettura. Il fabbricato, che si affaccia su un laghetto artificiale fiancheggiante il viale centrale del quartiere fieristico, è il manifesto programmatico della modernità. In esso si condensano le migliori esperienze italiane d'avanguardia del periodo: il telaio di facciata rimanda direttamente alla coeva Casa del Fascio di Como di Giuseppe Terragni e alle sperimentazioni visionarie di Adalberto Libera, così come il volume arrotondato che si sviluppa senza soluzione di continuità lungo i prospetti laterali dell'edificio allude esplicitamente alle migliori intuizioni compositive di Fillia e Sartoris. Espressione di quel dinamismo futurista che si traduce mirabilmente nella mitologia lecorbusieriana del paquebot: «La elegante costruzione, dalla sagoma arditamente marinara, (sembra) un transatlantico sulla terra ferma, la facciata rievocante la struttura dei ponti di un piroscafo. Le pareti laterali, segnate da una triplice fila di oblò, rafforzano nel visitatore la sensazione di trovarsi nell'interno di una grande nave. Non è un edificio posato saldamente sulla terra quello che ci è dinnanzi» - commenta un ammirato recensore - «ma un grande transatlantico pronto a salpare». La torre che, «a guisa di prora», si erge dal laghetto - moderna riproposizione, in chiave futurista, della Lanterna genovese? - «è sormontata da un osservatorio su cui sventola la crociata bandiera della Superba; tutto ricorda al visitatore, in una sintesi indovinatissima, la espressione industriale, economica e commerciale della insonne metropoli ligure, la più grande e più bella città marinara d'Italia...».
Fino qui la storia, ora l’attualità. Il dibattito sollevato negli ultimi tempi in ordine al piano di riqualificazione dell'asse stradale di Viale Brigate Partigiane e alla ridefinizione della viabilità del tratto terminale della Foce ha aperto contestualmente nuovi interrogativi sul futuro destino di ciò che resta dell'ex-ristorante S. Pietro alla Foce dell'architetto Mario Labò, gravemente mutilato nel 1965 per la costruzione di una rampa di accesso alla Sopraelevata e oggi ridotto ad anonimo distributore di benzina. L'originale concezione architettonica di questo edificio è andata così perduta per sempre, e dell'opera dell'architetto genovese non rimane nulla più di un lacerto, metafora dell'incultura e dell'indifferenza degli ultimi decenni. La necessità di ridefinire l'assetto di quest'area urbana anche sul piano della qualità architettonica comporta lo studio di nuove ipotesi progettuali; tale occasione ha stimolato l'elaborazione di una mia personale proposta, che prevede la ricostruzione à l'identique, sul sedime dell'ex-ristorante Labò, del padiglione razionalista di Genova alla Fiera Coloniale di Tripoli. Le ragioni di tale proposta risiedono fondamentalmente nell'intenzione di apportare un «segno forte» a questa parte di città, già caratterizzata dalle mirabili torri lamellari di Piazza Rossetti, opera dell'arch. Luigi Carlo Daneri, restituendo non solo una delle icone misconosciute del razionalismo italiano, quanto piuttosto la sua eredità «immateriale», quello «spirito di modernità», universale e senza tempo, al di fuori del quale non è possibile concepire prospettive convincenti di sviluppo della progettualità contemporanea.
L'ipotesi di ricostruire a Genova il padiglione coloniale del 1936, che potrebbe essere destinato a moderna sede di rappresentanza della Fiera Internazionale di Genova, integrerebbe in un unico organismo architettonico collocato all'ingresso dell'area espositiva le funzioni di foyer, sala/auditorium, sala stampa, uffici, venendo a costituire una vetrina prestigiosa aperta ai circuiti internazionali della cultura e della comunicazione e una scelta d'immagine strategica per la nostra città.
*architetto, membro
DO.CO.MO.MO
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