Tripoli cade nelle mani dei ribelli Gheddafi è ormai vicino alla resa

Dopo una giornata di combattimenti, nella tarda serata di ieri Al Jazira dà l’annuncio atteso: i ribelli sono arrivati
nella grande piazza Verde, simbolo della "rivoluzione" di Gheddafi. Catturati i figli Seif e Saadi, che giocò a calcio in Italia. Intanto la tv di Stato libica ha trasmesso un nuovo messaggio del Raìsa in cui ha chiesto ai libici di imbracciare le armi e difendere
Tripoli: &quot;Se la città non sarà difesa sarà distrutta&quot;.<strong><strong> VIDEO: </strong><strong><a href="http://stage.ilgiornale.it/video/libia_assalto_ribelli_tripoli/id=libia_... target="_blank">L'assalto degli insorti</a> - </strong><a href="http://stage.ilgiornale.it/video/libia_presentatrice_tv_minaccia_ribelli... target="_blank"><strong>Una presentatrice tv minaccia i ribelli con la pistola</strong></a></strong>
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«La battaglia è continua, nei quartieri ad est di Tripoli, come ad ovest. Le raffiche si fermano per cinque minuti e poi riprendono con rinnovata intensità. A Bab al Azizya, il fortino simbolo di Gheddafi, sento colpi ripetuti di artiglieria. I caccia della Nato bombardano giorno e notte» racconta via telefono a Il Giornale uno degli ultimi occidentali rimasti nella capitale. E in tarda serata Al Jazira dà l’annuncio atteso: i ribelli sono arrivati nella grande piazza Verde, simbolo della «rivoluzione» di Gheddafi. Le forze di sicurezza del Colonnello si sarebbero arrese e il figlio del raìs, Seif al Gheddafi, secondogenito e suo erede designato, sarebbe stato catturato dai ribelli entrati a Tripoli, come ha riferito il portavoce degli insorti di Bengasi a France 24. E anche Saadi, terzogenito con la passione per il calcio che in Italia giocò con il Perugia, l’Udinese e la Sampdoria, sarebbe stato fatto prigioniero dai ribelli. Il colpo finale al regime, visto che il portavoce del governo libico, Moussa Ibrahim, ha offerto il cessate il fuoco immediato e si è detto pronto a negoziati diretti con il Consiglio nazionale transitorio di Bengasi. Intanto la tv di Stato libica ha trasmesso un nuovo messaggio di Gheddafi in cui ha chiesto ai libici di imbracciare le armi e difendere Tripoli. Il Colonnello ha ribadito che se la città non sarà difesa domani (oggi, ndr) sarà distrutta. Ma il capo degli insorti di Bengasi, Mustafa Abdel Jalil, si è detto pronto ad ordinare la fine dei combattimenti solo se Gheddafi accetterà di lasciare il potere e il Paese.

In precedenza un centinaio di ribelli era sbarcato nel porto e combatteva duramente per prenderne il controllo. L'aeroporto militare di Mittica, sul lungomare, sarebbe finito nelle mani degli anti Gheddafi. La bandiera dei ribelli sventola anche a Shuk al Juma, un quartiere orientale della capitale libica.

Manipoli di insorti sono giunti via mare da Misurata, che si era ribellata fin da febbraio. Armi sono giunte nei quartieri orientali facendo scattare l'operazione Sirena, che punta ad abbattere per sempre il regime. Colonne di insorti stanno avanzando in fretta dall'ovest per saldarsi con le unità già nella capitale. Il porto è un obiettivo cruciale per far arrivare uomini e armi. Il mercantile Triva 1, che doveva evacuare una famiglia polacca e dei cittadini britannici è tornato in rada. Assieme ad un’altra nave sarebbe pronto ad imbarcare anche i fedelissimi del regime pronti a mollare tutto pur di salvarsi la pelle.

«Abbiamo notato un fuggi fuggi generale, ma c'è incertezza sul clan Gheddafi» spiega la fonte della Nato. A Tripoli si rincorrono voci incontrollate sulla sorte del Colonnello, come quella secondo cui si sarebbe già rifugiato nel deserto del sud al confine con l’Algeria. Ma è lui stesso a smentire qualsiasi fuga con un infuocato messaggio audio: «(I ribelli) bruceranno Tripoli. Mi appello a tutti i libici ad unirsi alla lotta. Chi ha paura consegni l'arma alla madre o alla sorella. Sono a Tripoli e resterò con voi fino alla fine». Nella mattinata di ieri aveva definito i ribelli «ratti» da spazzare via. Suo figlio Seif el Islam, più disposto ad una tregua, era apparso in tv ribadendo che «abbiamo molto fiato. Questo è il nostro Paese. Resisteremo per sei mesi, per un anno, due anni e vinceremo».

Il portavoce governativo, Moussa Ibrahim, ostentava sicurezza: «Tripoli è ben protetta, abbiamo migliaia di buoni soldati pronti a difenderla». A Bab al Azizya le truppe fedeli al Colonnello si sono trincerate, nonostante i bombardamenti della Nato. La vicina moschea di Ben Nabi, che avrebbe osato far sventolare la bandiera ribelle, è stata presa d'assalto. Il governo ha annunciato che i morti della battaglia di Tripoli, fino a ieri, erano 376 ed un migliaio i feriti. La base alle porte della capitale della brigata della morte, la 32ª, comandata da Khamis, il figlio del Colonnello, è stata espugnata. Il grosso dell’unità, però, si trova 130 chilometri ad est della capitale. Sta ripiegando da Zliten verso al-Khoms, ma se tentasse di tornare a Tripoli per reprimere l'insurrezione verrebbe annientata dal cielo e dal mare dalla Nato.

«Ci sono bande ribelli in alcuni quartieri, ma sono piccoli gruppi di armati. Il nostro esercito li sta contrastando. Il 90% di quello che sentite dai media è propaganda» ribadisce dalla capitale Osama Saleh, un sostenitore del regime. Però alcuni quartieri considerati fedeli a Gheddafi stanno cambiando bandiera, come Al Habda, ad un paio di chilometri dall'hotel Rixos dove sono rinchiusi i giornalisti occidentali. I ribelli hanno chiesto l'intervento degli elicotteri d'attacco americani Apache adatti a colpire nei centri urbani. Si aspettavano «la vittoria» la scorsa notte o «entro 48 ore» (come del resto ormai la stessa Nato, la cui portavoce ieri sera ha detto «stanotte vedremo il crollo del regime»), ma il Colonnello sembra deciso a vendere cara la pelle.

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