Troppe figuracce e colpi bassi

Siamo dentro il socialismo europeo, ma anche un tantino fuori: olé. Siamo autonomi, ma anche «collaborativi»: olé. Siamo di sinistra, ma anche no: olé. A Madrid l’avranno già accolto tra le risate come il partido del «pero también», declinazione iberica del ma-anchismo veltroniano. Del resto i traduttori simultanei all’assise per il manifesto del Pse non avevano scelta, di fronte alle piroette di Veltroni che avrebbero fatto impallidire il più lesto dei toreri. Per matare le due anime del partito, diessini e margheritini, gli uni favorevoli all'ingresso nel Pse, gli altri contrari, non c'era che un modo: tirar fuori il coniglio, anzi il grissino dal cappello. Abracadabra: al grido biblico di «Fassino alzati e cammina», al congresso madrileno sono riusciti a resuscitare persino l'ex segretario (uno così esperto d'Europa che i suoi l'avevano spedito in Birmania).
La superba magia veltroniana, che a confronto Silvan è il Mago do Nascimento, consiste in questo: mentre Piero firma il famoso manifesto come capo dei vecchi Ds (ma esistono ancora?), Walter come capo del Pd non firma un bel nulla. Anzi, si presenta all'uditorio in qualità di «ospite»: come dire, scusate, sono il segretario del Pd, passavo di qua per caso, solo per dire che vorrei aderire ma non posso, e ora me ne vado subito, scusate il disturbo. Il risultato è spassosissimo: quella che una volta si chiamava Quercia resta dentro il socialismo europeo, mentre quello che oggi si chiama Pd resta fuori. Fuori dall'Europa e fuori dal mondo. Il fatto che Fassino abbia firmato reinventandosi segretario dei Ds - come se il tempo si fosse fermato - ha fatto imbestialire il popolare Parisi: «La firma di Fassino è un atto gravissimo, la nascita del Pd ha posto fine ai Ds».
Risultato? Al Pd si vantano d'essere «il partito di sinistra più grande d'Europa». Ma poi al manifesto dei partiti di sinistra d'Europa loro neanche aderiscono. Prima devono passare sui cadaveri di Rutelli, Marini e Rosy Bindi, la quale piuttosto che farsi socialista preferisce farsi velina: «Io lì dentro non c’entro, e non chiedo mica a D’Alema di diventare democratico cattolico».
Insomma, sì: i guai europei di Veltroni sono amarissimi; ma zucchero a velo in confronto a quelli italiani. Lo spettro del congresso, il presidente VinaVillari che ancora non si stacca, e poi le giunte regionali nel caos, i coltelli che volano tra dalemiani e veltroniani, le sciabole che fischiano tra dipietristi e tutti gli altri. E come la pecorella smarrita della parabola, a Uòlter sotto la parabola non resta che rifugiarsi: quella di Sky. Non riuscendo a restare coi piedi per terra, in cerca d'ossigeno alza gli occhi al cielo: anzi, all'etere con annesso decoder. E così da torero Veltroni si fa astronauta, per partire a razzo con le invettive satellitari contro il raddoppio dell'Iva sulle pay tv deciso dal governo. Raddoppio, dice Berlusconi, che elimina un privilegio vecchio tredici anni, e che grava non solo su Sky, ma anche su Mediaset. Ma il segretario continua a picchiare sulla parabola: «Quella del governo è una misura che deprime il Paese e colpisce i tifosi». Del resto se gli alleati e i compagni di partito gli fanno vedere le stelle, a lui non resta che entrare in orbita televisiva. E giocarsi l’immarcescibile asso nella manica del conflitto d'interessi. Un asso nella manica un po' singolare: ogni volta che a sinistra lo sbattono sul tavolo, sono sempre loro a incassare le briscole elettorali. Ma stavolta Walter non ha scelta: di scendere dalla ionosfera della pay tv non se ne parla. Sulla terraferma, del resto, spirano da settentrione venti di buriana. Il Pd del Nord promosso da Chiamparino è come una sferzata di tramontana su un paziente plurinfluenzato. Il sindaco di Torino è duro: «Il coordinamento del Nord è una cosa che dobbiamo fare senza chiedere il permesso a nessuno». Magari lanciando un gancio alla Lega, dicono. E magari prima di Natale: come un petardo nel panettone di Veltroni. Perché come spiega chiaramente Massimo Cacciari, che ha già proposto Chiamparino come leader nordista, «se andiamo avanti così finiamo massacrati. Ci vuole una totale riorganizzazione del partito». Lui, Walter, dice no a un vero partito del Nord, ma anche sì: a un coordinamento Pd delle regioni settentrionali.
Insomma, ammettiamolo. Con una leadership con più buchi di uno scolapasta, vorreste voi tornare sulla terra, in un inferno del genere, dove basta un pizzino di Latorre per farti il pelo? Dove i compagni serpenti di partito ti aspettano al varco, alla direzione del partito, tra venti giorni, per farti il contropelo? No, meglio deragliare sullo spazio, farsi scudo della parabola, bighellonare su CartonNetwork e galleggiare tra i satelliti senza uno straccio di navigatore che gli indichi la strada da seguire. Ma in qualche modo ci ha già pensato il Tom Tom di Massimo D'Alema a tracciare il percorso della parabola veltroniana: «Occorrono leader giovani», dice Max, «ma Veltroni nel partito ha le sue responsabilità e va aiutato». Sottinteso: ad andarsene.