Troppi giovani sono vecchi dentro

Troppi giovani sono vecchi dentro: questa è la considerazione del Papa, che sottolinea una realtà drammatica del nostro tempo. Drammatica perché sono i giovani la linfa vitale di una società che può camminare verso il futuro se possiede la saggezza degli anziani insieme all’entusiasmo e alla spregiudicata volontà di oltrepassare il presente che è, generalmente, una caratteristica del mondo giovanile. Giovani vecchi dentro significa che in tutti noi c’è qualcosa di malato che consuma forza ed energia, che brucia entusiasmi e coraggio.
La considerazione del Papa è condivisibile, mentre non sono d’accordo con le visioni catastrofiste di chi vede ormai l’animo dei ragazzi dominato da un nichilismo che annienta i più elementari valori della convivenza, che distrugge le amicizie e i rapporti familiari. Questa è l’immagine che ci presentano i mezzi di informazione, più disposti a raccontare i disastri che la normalità, quella, cioè che riguarda la stragrande maggioranza dei giovani che fanno il loro dovere nella scuola, nel lavoro, in famiglia.
Ma proprio a costoro si rivolge l’attenzione del Papa nell’esprimere quel giudizio. E allora c’è da chiedersi cosa accada nell’animo di ragazzi perbene, che appaiono così segnati al punto da apparire vecchi.
Sono convinto che l’unico modo per capire un ragazzo sia quello di guardare la sua famiglia e la scuola in cui studia. È inutile perdersi in dotte e complicate disquisizioni sociologistiche: dietro al comportamento di un giovane ci sono i genitori e gli insegnanti. Tutto il resto è secondario.
La caratteristica costante dell’educazione, sia che provenga dalla famiglia che dalla scuola, è difensiva. E se ne comprendono facilmente i motivi, dettati da un desiderio di protezione del giovane, affinché rimanga con i piedi per terra. La paura di pensare al futuro, la sfiducia nella possibilità di realizzare le proprie aspirazioni che attanagliano i genitori si riverberano quindi, inevitabilmente, sui figli.
Da parte sua, la scuola non è in grado di trasmettere agli studenti quel principio etico che è alla base di qualsiasi percorso di apprendimento, cioè: se studi e sarai bravo, ti farai strada nella vita. Questo fondamentale principio etico è continuamente trasgredito da una società che non premia il merito, che esalta gli aspetti effimeri della persona, che si genuflette di fronte al denaro e al potere.
Un giovane disincantato (ma, si badi bene, corretto e disposto al rispetto della scuola) si fa una risata quando il professore gli dice di studiare per raggiungere un posto di riguardo nella società. Lui continuerà ad impegnarsi, ma sa che il mondo non avrà molta considerazione del suo impegno.
Si comprende allora perché i genitori più consapevoli, che tirano avanti dignitosamente ma senza avere ricchezze e potere, proteggano i propri figli da entusiasmi, aspirazioni, speranze che, se deluse, prostrerebbero malamente i loro ragazzi. Meglio il sano realismo «dell’accontentarsi»: niente sogni, molto pragmatismo.
Nella scuola gli insegnanti capaci si comportano nello stesso modo: concretezza didattica e occhio alle richieste del mercato del lavoro.
Questa è la vecchiaia dei nostri figli: è la nostra vecchiaia che come un virus trasmettiamo a loro. Difficile, allora, sconfiggere il virus con le tre uniche, vere ed efficaci medicine: la speranza, il coraggio, il rischio. Sperare significa oltrepassare la realtà esistente per guardare faccia a faccia senza paura il futuro, con il coraggio di affermare le proprie aspirazioni. Rischiare testimonia il piacere di avventurarsi in territori sconosciuti dove si può incontrare il «nuovo» da conquistare.
Ecco, allora, noi adulti, invece di crogiolarci nel nichilismo continuamente evocato da giornali e televisione, che ci appare come l’unica realtà e condizione di vita del nostro tempo, proviamo ad essere noi stessi e ad insegnare ai nostri figli (che, torno a dire, prevalentemente sono moralmente sani) a non aver paura. Proviamo ad invertire la tendenza: aiutiamoli ad inseguire un loro sogno, aiutiamoli a trasformare questo sogno in un’idea e l’idea in realtà.
Stefano Zecchi