«Troppi i trasferimenti senza motivo»

Ingegner Paolo Di Loreto, lei è il coordinatore della mobilità sanitaria interregionale. Come mai tanta gente si sposta lungo la penisola per farsi curare?

«Innanzitutto c’è da considerare la mobilità di confine. Più del 56% dei pazienti si rivolge a strutture nelle regioni di confine. Per comodità o perché non esistono nella propria regione le apparecchiature adatte».

E gli altri che percorrono anche mille chilometri per ricoverarsi lontano dal proprio paese?

«La Sicilia, per esempio, giustifica i ricoveri al Nord come casi di pazienti domiciliati ma senza residenza. Una sorta di ricongiunzione di fatto per esempio di genitori anziani con i propri figli che lavorano lontano da casa. Inoltre per le piccole regioni, diventa una scelta obbligata. Ci sono solo pochi centri che fanno, per esempio, cardiochirurgia pediatrica. E la stessa cosa vale per i trapianti o per la neurochirurgia».

Però sono molti quelli che vengono a Nord solo per un day hospital.

«È vero, però spesso è il seguito di un trattamento principale. È fisiologico che un paziente voglia farsi seguire dallo stesso staff».

Ma per fare una chemioterapia serve solo una flebo.

«In effetti un gruppo di lavoro, costituito dalle Regioni, sta cercando una soluzione a questo fenomeno. Bisogna individuare una sorta di prontuario nazionale, bisogna trovare un accordo per utilizzare farmaci innovativi in tutte le strutture, dopo aver condiviso che si tratta di terapie indiscutibilmente efficaci e stabilire delle regole univoche che valgano per tutto il territorio per la loro introduzione nella routine clinica».

Come spiega il turismo sanitario anche per interventi banali come l’ernia o il parto?

«Sicuramente c’è una componente legata alla soddisfazione individuale. Circa la metà dei pazienti va dove sa che l’assistenza clinica e alberghiera è di migliore qualità e i saldi di mobilità positivi di alcune regioni come Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna e Toscana lo confermano. Non va trascurato il dato che poco meno del 10 per cento dei ricoveri fuori regione avviene per allontanamenti occasionali dal luogo di residenza, come nel caso delle vacanze. C’è infine da segnalare anche il fenomeno del cosiddetto “comportamento opportunistico degli erogatori”».

Da parte di chi?

«Di strutture sanitarie che si trasformano in erogatori aggressivi che attraggono i pazienti ovunque si trovino e sconfinano anche in illeciti che noi segnaliamo alla magistratura».

Qualche esempio?

«Prendiamo il trattamento chirurgico laser ambulatoriale per la miopia. Alcuni centri accettano tutti i miopi, altri centri solo pazienti affetti da miopia molto forte. Questo provoca una valanga di trasferimenti».

Servono delle regole uniformi sul territorio, allora.

«Esatto. La stessa cosa vale per le risonanze magnetiche o le tac. In alcuni casi si è verificata una crescita esponenziale, provocata, per esempio, dalla ricerca di tempi di attesa più brevi».

Il tempo di attesa non è una cosa di poco conto per una persona che sta male.

«Certo, però questi trasferimenti non sono giustificati dall’emergenza né dall’alta specializzazione. Ogni regione deve riuscire a garantire le prestazioni urgenti in tempi prefissati, ma ci sono molte situazioni in cui la prestazione può essere programmata».