«Troppi malati abbandonati» Pietropolli Charmet studiò il caso di Erika e Omar: «Ancora incompleta la riforma voluta da Basaglia: mancano strutture di risocializzazione»

Quando esistevano i manicomi erano in centomila gli ospiti che ne riempivano le stanze. Oggi sono più di 324mila gli interventi su pazienti psichiatrici negli ospedali. Spesso si tratta di giovani, single e disoccupati. Disperati si potrebbe aggiungere. E a volte aggressivi con se stessi e con chi li assiste. L’Istituto superiore della sanità ha individuato nel maschio di età media il paziente più turbolento che staziona anche per mesi nei dipartimenti di salute mentale. Uno studio su un corposo numero di degenti ha messo in evidenza due aspetti. Il tre per cento di questi pazienti si comporta in modo aggressivo, si limita a scoppi verbali di ira. E così la degenza nei reparti psichiatrici, che mediamente dovrebbe durare 20 giorni, si dilata fino a superare i tre mesi e diventa una forma di salvaguardia sociale. L’uscita dall’ospedale, però, è ancora più traumatica. La rete di assistenza che dovrebbe curare questi malati e reinserirli lentamente nella società è carente, ammette Gustavo Pietropolli Charmet, psichiatra che ha stilato la perizia su Erika e Omar, gli assassini di Novi Ligure.
Professore, secondo lei i malati di mente non sono seguiti come dovrebbero?
«Non si fa tutto il possibile per proteggere i malati psichiatrici da loro stessi e chi gli sta attorno. Se ci fosse un’assistenza a tutti i livelli saremmo in grado di prevedere crisi impulsive e di rabbia o anche tentativi di suicidio».
Qual è l’anello debole nella catena dell’assistenza psichiatrica?
«Le strutture intermedie. Sono state previste sulla carta ma di fatto mancano».
Quindi la legge Basaglia ha fallito?
«Diciamo che il sistema è ancora incompleto. L’impianto della legge è buono: le urgenze in ospedale, gli ambulatori per fare regolari visite, cure e sorvegliare. Poi ci si ferma lì».
E cosa dovrebbe esserci in più?
«Le comunità, i laboratori, insomma ambienti stimolanti dove si possa avviare un processo di risocializzazione. Sono cure lunghe che non si possono fare in ambulatorio, vanno praticate in ambienti altamente specializzati, confortevoli e non di tipo repressivo. E tutto questo non è stato fatto».
Con quali conseguenze?
«I pazienti psichiatrici vengono lasciati in balia di se stessi, si possono ritrovare per strada alla stregua dei barboni, abbandonati dalla famiglia che non riesce a gestirli. E purtroppo molti di loro sono giovani».
Che tipo di patologie sviluppano i giovani?
«Ogni contesto socio-culturale ha la sua forma di follia. Una volta erano deliri e allucinazioni, adesso sono state sostituite da forme di anomalia della condotta provocate da alcol e droga».
Quel signore di Torino, che ha accoltellato due persone, sentiva le voci.
«È la fase acuta delle allucinazioni tipiche degli psicotici».
Lei lo avrebbe fatto ricoverare?
«Probabilmente sì ma non conosco il caso nello specifico. Comunque il suo comportamento sembrava una richiesta di aiuto ma nessuno l’ha capito. Purtroppo la nostra società è molto lontana dai malati di mente: ci sono gravi carenze di assistenza e così non riusciamo a prevedere i comportamenti violenti».
Un malato non curato può diventare più pericoloso?
«La mancanza di cure e di riabilitazione può cronicizzare la malattia e questo può incidere anche sulla pericolosità. Il bisogno di aiuto può causare crisi di rabbia violente che hanno effetti imprevedibili».