"Troppi vecchi, l'università ha bruciato una generazione"

È l'unica donna rettore di un grande ateneo, quello di Milano Bicocca: "Con la crisi abbiamo perso 10 anni, ora dobbiamo ripartire"

«Il mio compito? Trovare le risorse per chi vuol correre, dare qualche stimolo a chi è un po' fermo». Di mestiere Cristina Messa, classe 1961, fa il rettore universitario: è una delle cinque o sei donne chiamate a gestire un ateneo italiano, e visto che le università della Penisola sono quasi un centinaio, la sua è una specie ancora rara. Anche la qualifica, così maschile, per lei suona in qualche modo incongrua. «Io preferisco il tradizionale rettore, anche se qualche collega ha scelto rettrice e l'Accademia della Crusca ha detto che sarebbe giusto il femminile. A me sembrerebbe quasi una recriminazione, una specie di rivalsa, non mi piace».

Tra le donne al potere nel mondo dell'accademia è quella al volante della macchina più grande e complicata, l'università di Milano Bicocca: quasi 33mila studenti, 810 docenti, 700 tra dirigenti e impiegati amministrativi. In termini economici guida l'equivalente di una azienda da quasi 250 milioni di fatturato. Secondo Diana Bracco, lo fa portando nell'incarico «freschezza femminile ed entusiasmo», senza dimenticare, aggiunge l'imprenditrice che «la Bicocca è risultata prima a livello nazionale per capacità di attrarre fondi e finanziamenti». Per Cristina Messa un destino non scritto, visti gli esordi da laureata in medicina e la specializzazione in Medicina nucleare. Poi sono arrivate la cattedra e i periodi di studio all'estero, all'Ucla di Los Angeles e all'Hammersmith Hospital dell'Imperial College di Londra. Sposata con un farmacologo, ha due figli: la prima studia lettere alla Statale, il secondo frequenta il liceo scientifico. Nominata nel 2013 terminerà l'incarico nel 2019. La legge Gelmini prevede un solo mandato non rinnovabile, quindi non potrà ricandidarsi.

Nel sistema formativo italiano l'università sembra l'istituzione più in crisi...

«L'università italiana ha bruciato una generazione. Con la grande crisi, dal 2008, ha di fatto bloccato il turn over di chi andava in pensione. Solo quest'anno abbiamo avuto la possibilità di sostituire tutti quelli che lasciavano. Per questo ora abbiamo una priorità immediata, ringiovanirci, aprire gli atenei a nuove leve.

Basterà?

«Dobbiamo anche imparare a fare più cose di quelle che facevamo in passato, imparare a insegnare quelle che in inglese si chiamano soft skills, le competenze trasversali e personali che contano nel mondo delle professioni, approfondire l'interazione con il mondo esterno in generale e quello del lavoro in particolare».

Per numero di laureati l'Italia è praticamente ultima in Europa. Colpa vostra?

«Pensiamo alla nostra storia: ancora all'inizio degli anni Sessanta avevamo meno di 270mila studenti universitari in tutta Italia, adesso siamo a un milione e ottocentomila. La crescita c'è stata, ma rispetto ad altri Paesi industrializzati partivamo da condizioni ben peggiori, da noi l'analfabetismo era una realtà ben più presente e diffusa».

Il problema è che siamo tra gli ultimi anche se si guarda solo alle giovani generazioni, per esempio se si guarda alla fascia d'età tra i 29 e i 34 anni. Come mai?

«È successo che con la crisi abbiamo diminuito le risorse dedicate alla formazione, altri Paesi come la Germania hanno fatto il contrario, le hanno aumentate. E non parlo solo delle risorse per gli atenei, parlo anche di anche di quelle per il diritto allo studio, le Borse per gli studenti, quelle in grado di alleviare lo sforzo economico delle famiglie».

Tutta questione di soldi?

«No, non voglio dire questo. Bisogna prima di tutto migliorare la struttura dell'offerta. Ci si iscrive se si sa che se ne avrà un vantaggio e noi non abbiamo quelle che in Germania si chiamano Fachhochschulen, gli istituti che offrono le cosiddette lauree professionalizzanti, quelle disegnate per incontrare direttamente le esigenze dell'economia e del mondo del lavoro. È la funzione che hanno assunto i nuovi Istituti tecnici superiori, che funzionano. Ma se si guarda ai numeri siamo ancora su un ordine di grandezza molto ridotto, 10mila studenti o poco più. Sono ancora una goccia se paragonati alle cifre di altri Paesi, come, appunto, la Germania. E poi il vero sforzo non può prescindere dall'università».

E cioè?

«I corsi professionalizzanti che sono già stati avviati, da quello per tecnico radiologo a terapista della psicomotricità funzionano molto bene, ma si potrebbe fare molto di più. Penso all'area del turismo: un operatore turistico ad alta specializzazione potrebbe trovare sbocchi interessanti. Ma mi riferisco anche all'alta tecnologia, alla scienza dei materiali. Ci sono dei settori in cui nuovi corsi potrebbero facilitare l'assorbimento dei laureati nel mondo del lavoro. E naturalmente non bisogna trascurare gli ultimi segnali che arrivano dalle immatricolazioni».

Che cosa intende?

«Dopo alcuni anni di calo, c'è stata un'inversione di tendenza, che non sembra occasionale o episodica, visto che si è confermata per due anni di fila e riguarda tutto il sistema, non solo le università di punta. Siamo passati da 265mila immatricolati del 2014/2015 ai quasi ventimila in più dell'ultimo anno».

A che cosa attribuisce questa crescita?

«Abbiamo cercato di spiegare che il futuro professionale delle giovani generazioni è legato alle competenze che saranno in grado di darsi. La nostra è ormai davvero un'economia basata sulla conoscenza. Forse l'idea è finalmente passata. In più aggiungo che tutte le università si sono sforzate di calmierare i costi per rendere più facile l'accesso. E questo può avere contribuito».

C'è, però, un dato preoccupante, quello sugli abbandoni: i ragazzi che si iscrivono e poi finiscono per interrompere gli studi. Si parla di una cifra oltre il 30%, una delle più alte in Europa. È il simbolo di un fallimento.

«Entro certi limiti un certo tasso di fallimenti è naturalmente fisiologico, è l'errore vocazionale, il misurarsi con studi impegnativi. Il problema, però, c'è. Anche se, me lo lasci dire, per quanto ci riguarda le cifre sono meno drammatiche. Ma è così perchè abbiamo cercato di affrontare seriamente la questione. Abbiamo lavorato sui piani di studio e sensibilizzato i professori in modo da assicurare una certa gradualità negli ostacoli che lo studente incontra. Deve essere accompagnato ad affrontare le difficoltà di un corso universitario».

Non si rischia di rendere tutto troppo facile?

«No, non c'è nessuno sconto. Sono la più convinta sostenitrice dell'idea che l'università non è un liceo e deve sviluppare l'autonomia intellettuale. Una cosa diversa è però l'aiuto a studiare. Per questo abbiamo introdotto quelli che chiamiamo sportelli di tutoraggio. Altri studenti, spesso quelli che sono già arrivati alla laurea triennale, danno una mano ai loro colleghi in cambio di un piccolo contributo dell'università. Mano a mano che questi sportelli crescevano abbiamo visto un calo degli abbandoni. Un'altra cosa che abbiamo introdotto sono i crediti di merito. Chi è in regola con gli esami e ha la media almeno del 27 riceve un premio economico. Un po' alla volta anche questa novità si sta diffondendo».

Un tentativo di aumentare gli studenti è stato l'introduzione di due cicli di laurea, il cosiddetto 3+2. Però non sembra aver avuto effetti rilevanti.

«Non sarei così definitiva. In realtà bisogna distinguere. Ci sono campi in cui tre anni aprono le porte del mondo del lavoro, penso ad alcuni corsi in campo economico, ed altri in cui invece non bastano. Una cosa senza dubbio positiva è il fatto che sempre più spesso chi prosegue dopo il triennio decide di farlo in un'altra università, magari all'estero. Aiuta ad aprirsi a realtà diverse».

L'ultima novità sono le università telematiche: dal 2010 ne sono nate addirittura 11. Tante e non tutte impeccabili quanto a referenze.

«Obbediscono alle leggi del mercato e se ci sono vuol dire che rispondono a un bisogno. Di sicuro per una qualsiasi università valgono requisiti standard che devono essere rispettati da tutti. Per esempio un equilibrato rapporto tra numero di allievi e professori, e la possibilità di un confronto reale tra di loro. Anche in un contesto didattico l'ambiente dove essere orientato alla ricerca e non intendo solo in ambito strettamente scientifico. Noi per esempio prevediamo ore di laboratorio anche in aree come la pedagogia e mi sembra anche ovvio, vista la natura del lavoro che chi si laurea andrà a fare. Uno scambio di email non può essere considerato un'università».

La parola d'ordine degli ultimi anni è autonomia degli atenei. Da questa autonomia dovrebbe discendere un sistema di premi per i migliori. Ma il sistema fa fatica a imporsi.

«L'autonomia delle università è sancita dalla costituzione. Poi, però, la filosofia di fondo sembra quella di negarla. Il meccanismo è quello tipicamente italiano, si mettono una serie di regole preventive, tali e tanti paletti che finiscono per rendere privo di significato il principio enunciato in astratto. E quanto alla premialità è anche quella una storia molto italiana: non si assegnano nuove risorse a chi le merita, ma si prendono dal finanziamento ordinario togliendole agli altri atenei che finiscono per essere danneggiati».

Ma voi con più soldi che cosa potreste fare?

«Per esempio potremmo accettare più studenti. Oggi abbiamo una media di 9mila matricole all'anno. Ma il numero delle richieste è quasi doppio. Per il 60% dei corsi siano stati costretti a introdurre il numero programmato. È una cosa che ci dispiace».

E i famosi premi per i dipartimenti migliori quanto incidono?

«Come fondo di finanziamento ordinario dallo Stato riceviamo circa 120 milioni all'anno. Alla fine però riusciamo praticamente a raddoppiare questa cifra. Le altre fonti di finanziamento sono i bandi competitivi, quelli europei, quelli delle industrie, oltre naturalmente alle rette degli studenti che per legge non possono superare il 20% del finanziamento statale. Quanto ai dipartimenti da noi ce ne sono 14, 11 sono nella graduatoria di eccellenza e 8 sono quelli che hanno ricevuto il finanziamento premio, per circa 12 milioni l'anno».

Proprio le classifiche dell'Anvur, l'agenzia pubblica di valutazione delle università, hanno spesso suscitato polemiche e discussioni. Atenei di secondo piano sono stati a volte giudicati migliori di istituzione storiche e riconosciute a livello mondiale.

«L'Anvur ha avuto un pregio enorme: quello di metterci nella posizione di dover rendere conto. E al di là delle metodologie, sempre migliorabili, fissa dei parametri di qualità su un aspetto: chi pubblica bene e chi pubblica male. Di qui a fare delle classifiche il passo è lungo, visto che si coglie un aspetto ma non altri come la didattica, i rapporti con il territorio e così via. A livello internazionale è lo stesso. Le indicazioni sulle pubblicazioni scientifiche sono elementi utili di valutazione ma non possono essere esaustivi».

Un problema legato all'autonomia è quello del valore legale della laurea. Chi propone di abolirlo dice che a quel punto diventerà decisivo il valore dell'Università di provenienza.

«In molti lo considerano un punto importante. Io, lo confesso, non riesco a vederlo così centrale. Di fatto nel settore privato il valore legale già non esiste. Un datore di lavoro che deve assumere qualcuno molto difficilmente valuterà allo stesso modo il titolo di un ateneo semi-sconosciuto e quello della grande istituzione nota a livello internazionale. Il tema si pone, è vero, per il settore pubblico. Ma qui l'eventuale riforma si inserisce in una esigenza di ancora maggior rilievo, rivedere l'insieme generale di regole che governano l'amministrazione pubblica. Il problema in realtà è ben più grande di quello del valore legale».