Per trovare jeans su misura ha aperto 3mila negozi

I ragazzi sanno che acquistare un paio di jeans non è poi così facile. Uno va stretto, l’altro troppo corto. Uno non è alla moda, l’altro ha la vita troppo alta. C’è chi trascorre giornate intere nei camerini dei negozi, senza riuscire a portare a casa un paio di jeans. Diciamolo: è uno dei capi di abbigliamento più difficili da acquistare. E da indossare. Ovviamente questo è un «problema» che hanno dovuto affrontare in molti. Alcuni hanno subito un vero e proprio senso di frustrazione. Tanto grande da stravolgere la propria vita e creare un proprio negozio per avere un’infinità di jeans da provare.
Sembra assurdo ma è così. Stiamo parlando di Donald Fisher, un signore americano di San Francisco, ormai 78enne, che di statura non molto elevata proprio i jeans, quando era giovane, non riusciva a trovarli. Ha ideato il suo negozio su misura. Una idea geniale che gli ha stravolto la vita. Lui, ora tra gli uomini più ricchi del mondo, è il proprietario di Gap, la catena di abbigliamento casual che conta a oggi 3mila negozi in tutto il mondo, 150mila impiegati e ha chiuso il 2005 con un fatturato di 16 miliardi di dollari. Un sogno nato grazie all’amore per i Levi’s. «Voglio superare l’incubo di comprare i jeans», disse Fisher. Da qui nasce il concetto di Gap. Era l’estate del 1969. Mosso dalla sua frustrazione, ma anche diciamolo da un senso per gli affari, Donald (Don per gli amici) decise di investire 100mila dollari per aprire un negozio dedicato ai Levi’s. La moglie Doris Feigenbaum creò il nome della catena: «Gap Generation». «Fisher ne fu entusiasta», disse.
L’azienda fiorì subito, aprendo 200 negozi in pochi anni. Nell’83 erano già diventati 500. Donald aveva colto nel segno. Il culmine del suo successo arrivò con la vendita dei pantaloni con le tasche laterali. Riuscì, raccontano gli amici, a convincere i ragazzi che chi li indossava vestiva una forma di ribellione. Poi acquistò sempre nel 1983 Banana Republic (che era in fallimento), e ancora Old Navy e Forth&Town.
Fisher, che controlla con la moglie il 19% del capitale dell’azienda, è ormai milionario ma rimane, assicura chi lo conosce, una persona genuina. Ama la politica ed è un avido collezionista di arte moderna. Nel suo studio si possono ammirare opere di Alexander Colder e Roy Lichtenstein. I suoi artisti preferiti.
Vive per i suoi figli Robert, William e John che lavorano nell’azienda. Fisher è andato in prepensionamento lasciando il controllo nelle mani di Paul Pressler, ex manager di Walt Disney che ha salvato l’azienda nel 2001 quando le vendite subirono il forte rallentamento dell’economia. Il figlio Robert è il presidente.
Significative alcune frasi della sua autobiografia che non è stata mai pubblicata. Ma è stato un «dono per i miei nipotini». Il pianeta, dice Fisher, «è pieno di potenziali clienti. Io sono l’uomo che ha lo speciale potere imprenditoriale per poterli vestire». Lui stesso racconta anche alcuni momenti bui della sua vita. Uno di questi quando traballò la relazione con la Levi’s. Era il 1991. Fisher era seduto a un tavolo con i suoi collaboratori e Rober Haas, un discendente della famiglia Strauss. «Subito ho capito - racconta nel libro - che qualcosa di grosso stava succedendo». Haas lodava Gap ma dopo un’ora di complimenti è come «se lui mi volesse dire: non vogliamo più fornirvi merce». La loro collaborazione terminò.
Levis’ considerava Gap un serio concorrente. Con 300 negozi l’azienda di Fisher poteva sopravvivere. E bene. Con il proprio marchio. Mr. Gap non ricorda con piacere anche l’anno della quotazione: il 1976 quando l’azienda riportò la sua prima perdita dopo 26 quadrimestri consecutivi di profitti. L’azione crollò e gli investitori gridavano all’inganno. Ci fu l’intervento della Sec ma nessun illecito era stato commesso. Da allora Gap diventò il simbolo della globalizzazione e dello stile casual.