Turco, l’eno-terrorista

Se il ministro dell'Economia Tommaso Padoa-Schioppa dice che le tasse sono bellissime è plausibile il sospetto che il governo debba affrontare una questione etilica. Giusto dunque che il ministro della Salute Livia Turco lanci una campagna anti-alcol. Ma, per carità, fermiamoci lì. La ministra, invece, intervistata a Domenica In (a proposito perché continuano ad usare trasmissioni d'intrattenimento per farsi propaganda con i soldi del servizio pubblico?) ha sentenziato che bisogna proibire l'uso dell'alcol ai ragazzi fino a 18 anni. Poi ha aggiunto di non voler fare la sceriffa e di puntare sulla persuasione. Con etichette choc tipo quelle delle sigarette, divieto di distribuire alcol dopo le due di notte in discoteca, etilometro fuori dal night e multe salatissime per chi guida ubriaco. Sono misure confuse, buttate lì a casaccio sull'onda delle morti del sabato sera, ma che non risolvono alcun problema. Se infatti è giusto vietare la distribuzione di alcolici oltre una certa ora, se è sacrosanto stangare chi guida ubriaco, non si capisce che senso ha fare terrorismo grafico sulle etichette. E poi di quali bottiglie? Anche il vino contiene alcol, anche la birra contiene alcol, perfino alcuni farmaci contengono alcol. Allora quali sono i «flaconi» da mettere all'indice? Ancora meno comprensibile è quel limite di età. Nella società rurale, morigerata, di una volta si beveva vino come integratore alimentare a partire dall'adolescenza e non si ha memoria di stragi degli innocenti.
Ci sono almeno tre obiezioni che si possono muovere alla Turco e che rendono le sue proposte aria fritta. O peggio ancora: demagogiche. Vediamole. La prima è la sua scarsa credibilità in materia di devianze giovanili. È lei la ministra che ha preteso e si è battuta per alzare la modica quantità dello spinello, è lei che continua a tenere in vita - per compiacere alla sinistra di cannabis e di governo - la infondata separazione tra droghe pesanti e leggere. Il clima culturale, anzi meglio colturale, attorno alle droghe è tale che perfino la Cassazione ha sentenziato che si può coltivare marijuana per uso personale. La seconda ragione è che la ministra si preoccupa assai di vietare l'uso dell'alcol, ma non si preoccupa di chiedere un contrasto pesante allo spaccio di droga, né di abolire il monopolio di Stato sul tabacco. La terza ragione infine è che la Turco non pone differenza tra vino e superalcolici.
Ho già avuto modo di dire in passato che lei prende whisky per fiaschi. E lo confermo. È singolare che la sua crociata anti-alcol non faccia distinguo e si scateni proprio nei giorni in cui escono le guide al vino, quando la cultura di Bacco diventa dibattito, elemento di socializzazione, nel momento in cui i vignaioli italiani stanno facendo il massimo sforzo per elevare la qualità, difendere il paesaggio, affermare il made in Italy in un complesso valoriale alto che diventa anche forza economica. La ministra della Salute che si imbarca in queste crociate parolaie deve prima di tutto sciogliere una contraddizione. Se infatti interpella uno dei suoi medici si sentirà rispondere che il fumo fa comunque male, che le droghe, tutte, fanno comunque male, ma che il vino fa bene. È solo l'abuso che fa male, ma ogni abuso fa male. Se davvero vuole essere un ministro della Salute si ponga questo problema e faccia prima un atto di contrizione. Dichiari: sulla droga mi sono sbagliata, da oggi tolleranza zero.
Equiparare droga ed alcol senza distinzioni è, soprattutto in Italia, un messaggio sbagliato. Mi limito a citare un passaggio di Tullio Gregory che afferma: «Al vino sono legate divinità e valori simbolici che vanno ben oltre la pur sana e legittima necessità di bere bene. Il vino è sapienza, saggezza, il verbo stesso di Dio». Fare terrorismo sul vino significa non avere alcuna possibilità di educare i giovani al consumo responsabile, identitario e culturale di questo prodotto della terra che è e resta uno dei tratti identificativi della nostra civiltà, dell'eccellenza e dell'economia italiane. Si avrà un effetto proibizionistico col risultato di non riuscire più a comunicare i valori del vino che sono quelli della vita buona. Per capirlo la ministra faccia un salto a San Patrignano dove i ragazzi che si sono liberati dalla droga coltivano la vigna e producono un ottimo vino. Capirà che anche e proprio attraverso questa attività hanno imparato a riamare la vita.
La scorciatoia che sta prendendo la Turco perciò è devastante. Non c'è infatti nessuna possibilità di educare all'uso responsabile dello spinello perché è comunque irresponsabile. C'è invece attraverso il bere buono la possibilità di battere l'incultura dello sballo. Ma un'educazione al sano piacere del vivere passa per azioni che esigono intelligenza, buona volontà, rigore morale e fatica. Qualità che in questo governo è raro riconoscere.
Carlo Cambi