Turisti all’ultima frontiera. In vacanza nei microstati

Sono piccole come appartamenti. Ma queste nazioni sono meta preferita per i viaggiatori che hanno già epslorato tutto. I più snob vanno a Cristiania: "terra libera" dentro una città

Milano - Il turista ormai arriva dappertutto: dalle isole Curili, ultimo arcipelago veramente post sovietico, alle lande sempre meno gelate della Patagonia. Nel farlo molto spesso si affida alla guida. Ai tempi del Grand Tour, nella maggior parte dei casi, un omino in carne ed ossa reclutato alla bisogna, anche se già allora iniziava a fiorire la letteratura che accompagna al viaggio (quella che i professoroni chiamano odeporica). Ai tempi della modernità, del Jet low cost, un manualetto colorato scritto, per lo più, da qualche australiano col senso pratico degli incolti (Lonely Planet) oppure un tomo in sedicesimo con qualche pretesa, vedasi la francese Guide du routard.
Una lotta al «te la do io la dritta giusta» che ha creato una guerra editoriale planetaria, perché non c’è giovane che si metta lo zaino in spalla se prima non ha ficcato dentro uno dei suddetti vademecum al turismo globale.

DOVE NON ARRIVA QUASI NESSUNO
Per accaparrarsi quelli che vogliono arrivare dove non è arrivato quasi nessuno, o quei curiosoni che hanno manie di completezza nella tassonomia della frammentazione territoriale del pianeta, il colpo gobbo lo ha fatto il network editoriale nato dalle vacanze cheap di Tony e Maureen Wheeler.
La sua guida alle micro nazioni (John Ryan, Gorge Dunford, Simon Sellars, Micro Nations, Lonely Planet, distribuita anche in Italia nella versione inglese) segnala stranezze autonomistiche e Stati presunti non più grandi di un francobollo. E lo fa con le caratteristiche proprie di una guida, anche quando il territorio da «recensire» è praticamente un appartamento con giardino. Volete a tutti i costi sbarcare nel «Principato di Sealand», fondato nel 1967 su una piattaforma a dieci chilometri dalla costa inglese, ammirare i suoi 450 metri quadri che hanno già visto un colpo di stato con mercenari, un incendio e qualche schioppettata sparata contro un innocuo posacavi britannico? La guida vi illustra tutto: la moneta locale (il dollaro di Sealandia), la storia della famiglia principesca. Viene anche mostrato il salottino da lumpen proletariat britannico che accoglie i visitatori, con bandiera, televisore e scomode poltroncine. Ancora più indicazioni trovate sul «Principato della provincia di Hut River» o sul «Regno Gay lesbico delle Isole del Mar dei Coralli». Due potentati di fatto proclamati in ribellione all’Australia. Il primo, nato nel 1969, dalla protesta dell’agricoltore Leonard Casley che si sentiva vessato dalle quote produttive sul grano imposte da quei cattivoni del governo di Camberra. La legislazione australiana, legata al modello del diritto comune britannico, non era tale da consentire azioni contro il distacco territoriale, men che meno si poteva ottemperare con le armi alla dichiarazione di guerra di Sua Altezza Leonard I del 1972. Il risultato è stata un’autonomia di fatto sancita con l’emissione di tredicimila passaporti, buoni, per i titolari, alla bisogna di sfuggire alle polizie e al fisco dei Paesi d’origine. Molto meno aggressivo il Regno gay lesbico: bandiera arcobaleno, 183 cittadini, 11 residenti, fondazione nel 2004 con sbarco di allegra combriccola dal Gayflower. Per entrambe la guida è però costretta a segnalare la mancanza di attrattive per i potenziali visitatori. Molti gay lamentano che l’atollo che dovrebbe essere il loro rifugio mondiale manca di boutiques e di ogni conforto fashion, mentre Hut River è praticamente isolatissima, anche se a gadget va molto più forte. Così sembra proprio che se uno ha desiderio di vedere uno stato «lilliput» il meglio restino Andorra e San Marino, che hanno più storia e meno guai, oppure il «territorio libero» di Cristiania. Se non altro è piantato dentro Copenaghen, ci si arriva con i mezzi pubblici ed è pieno di fricchettoni che vendono buffi souvenir.

TURISMO SENZA OMBRELLONE
Il sorriso con cui il lettore chiude la guida, quelli che decidono davvero di partire per queste destinazioni forse farebbero meglio a passare anche dalla «Libera repubblica degli Analisti», non deve però trarre in inganno. Il fenomeno dei micro Stati è davvero in crescita e ha i suoi risvolti socio politici. Da chi vuole mettere i server in queste zone franche a chi pensa all’off shore delle società che non aman le tasse. In questa chiave il vecchio sogno kiplinghiano de L’uomo che volle essere re assume nuove sfumature che piacciono a turisti senza ombrellone ma con valigie scure piene di non si sa mai che cosa.