Tutte le bugie di Ciancimino jr sulla strana lettera al premier

Nei suoi interrogatori con i pm il rampollo di don Vito ha modificato più volte la ricostruzione della vicenda

Per chiarirsi le idee ha avuto bisogno di otto mesi. Già, perché l’estate scorsa, negli interrogatori del 30 giugno e dell’1 luglio depositati agli atti del processo Mori, i ricordi di Massimo Ciancimino sulla storia della lettera indirizzata al senatore Marcello Dell’Utri e per conoscenza a Silvio Berlusconi (la lettera del padre Vito che a sorpresa lunedì scorso ha portato in aula a riprova dell’origine “mafiosa” di Forza Italia) erano alquanto diversi. Diversi, confusi, vaghi. E anche, come vedremo, bugiardi. Non perché lo diciamo noi, ma perché lo dice proprio lui, Ciancimino junior, l’1 luglio, ai pm Antonio Ingroia e Nino Di Matteo: «Il mio interrompere, cambiare versioni... io cerco di tutelare me stesso da situazioni che sono più grandi di me...». Bugie in auto-tutela, dunque, quelle del rampollo di don Vito. Ma pur sempre bugie spacciate per verità. Ed eccole le verità di Ciancimino su questa storia: parafrasando Pirandello, una, centomila, nessuna.
Tutto comincia il 30 giugno, quando i pm mostrano a Ciancimino junior la copia di un documento rinvenuto a casa sua, in cui si legge: «Posizione politica. Intendo portare il mio contributo che non sarà di poco perché questo triste evento non ne abbia a verificarsi. Sono convinto che questo evento, onorevole Berlusconi, vorrà mettere a disposizioni (l’errore è del testo, ndr) una delle sue reti televisive». Ciancimino risponde. Dice di riconoscere la grafia del padre, spiega: «Era la volontà espressa di mio padre di avere una diretta televisiva». Quindi indica la data di quel testo: «2000, ’99-2000». La trattativa post stragi del ’92 e la nascita di Forza Italia, dunque, sono lontanissime. Solo qualche domanda dopo Ciancimino junior cambia registro. Ammette la menzogna: «Cercavo un po’ anche io, un po’ di...». «... di collocare diversamente...», suggerisce il pm. E Ciancimino: «Sì... per auto... come si dice, autoproteggermi, cioè... perché preoccupato».
Nuovo interrogatorio, il primo luglio, e nuove date per quel “pizzino” e per tutta la storia. «Io ieri – mette a verbale Ciancimino junior – voi mi avete esibito un documento... mi avete trovato no impreparato, più che altro impaurito, difatti come avete notato, all’inizio ho addirittura detto che era grafia di mio padre... cercavo di dargli un altro significato, ma soltanto per paura». A quando risale dunque il documento? chiede il pm. E Ciancimino, sicuro: «È tra il ’90 e il ’92», anzi, per l’esattezza prima del 23 dicembre del 1992, la data dell’arresto di don Vito. Dunque Forza Italia, ancora, neanche esiste. I pm incalzano. Ma Ciancimino junior insiste sulla collocazione temporale, anzi anticipa ulteriormente la data: «È sicuramente prima delle stragi».
Versione definitiva? Neanche per idea. L’interrogatorio continua e Ciancimino tira fuori dal cilindro l’ennesima verità: «Voglio dire – verbalizza – che in merito a questa situazione c’è stata più di una missiva, perché c’è stata pure un’altra missiva che io non sono stato in grado di dare a mio padre». Un altro paio di domande e Ciancimino offre un’ulteriore variante. La lettera non è più una: «Sono tre», giura. E spiega il perché delle menzogne precedenti: «Ho paura a dire che l’ho portata io al carcere, dottore, io ho paura di ammettere... cioè situazioni che le facevo con tutta la mia buona fede e che possono essere riscontrate come reato...». I pm insistono ancora. E alla fine Ciancimino partorisce un’ultima versione: quel documento si riferisce alla terza lettera indirizzata a Dell’Utri e per conoscenza a Berlusconi, risalente al periodo (l’anno non viene precisato) in cui don Vito era in carcere.
Di Forza Italia, di Berlusconi come «entità politica» frutto degli accordi successivi alla trattativa Stato-Cosa Nostra, continua a non esserci traccia. In aula, il colpo di teatro. Ciancimino porta un testo manoscritto che attribuisce al padre Vito, intestato per conoscenza (ne manca una parte) al presidente del Consiglio dei ministri on. Silvio Berlusconi e che è un misto del “pizzino” su cui tante bugie ha detto tra il 30 giugno e l’1 luglio e di un nuovo testo, la presunta minaccia di don Vito a parlare e svelare l’origine di Forza Italia. Un testo, quello prodotto in aula, che presenta non poche anomalie. A cominciare dall’intestazione. Sul blog www.censurati.it, postato dalla giornalista Antonella Serafini, è comparsa ieri una singolare analisi. Che, partendo da strani segni presenti su quel foglio attribuito a Ciancimino, lancia un’ipotesi inquietante: che l’intestazione a Berlusconi sia stata aggiunta ad arte, tagliata da un altro testo e applicata sulla lettera di don Vito.
Bugie, versioni cambiate, rivelazioni a orologeria, quelle di Ciancimino junior. Come quelle sulle origini di Milano2, appena depositate al processo di Palermo al senatore Marcello Dell’Utri. «Sono minchiate – dice il parlamentare Pdl – ma c’è un disegno politico. L’ho già spiegato e l’ho anche detto che questo personaggio è assistito, allenato, preparato dall’accusa del mio processo».