Tutte le volte in cui è lei a far pendere la bilancia del male

In ogni crimine efferato si crea un rapporto di forza tra uomo e donna: ed è proprio quest’ultima, spesso, la regista del delitto

La dismisura, ciò che i greci chiamavano hybris, è la base del delitto. Ogni delitto si consuma perché si crea la possibilità di un rapporto di forze non equilibrato. Le forze che si mettono in campo sono di due tipi: quelle puramente fisiche (la geopolitica internazionale ce ne dà ogni giorno la prova: chi possiede la forza prima o poi la usa), e quelle relative alla determinazione, premeditazione, freddezza, calcolo, inganno. Per generalizzare: maschile e femminile.
Cosa dice Lady Macbeth per convincere il marito al supremo delitto, il regicidio: «Per ingannare il mondo, assumi il suo aspetto, abbi il benvenuto nell'occhio, nella mano, nella lingua, appari come il fiore innocente ma sii il serpente che vi si nasconde sotto». Sii la serpe. La serpe riconduce ovviamente al serpente biblico. In queste parole c'è tutta la potenza della tentazione. A chi possiede la capacità di agire viene svelata la sua forza, e solo con il semplice atto di svelarla viene predisposta all'azione.
Leggendo le cronache di questi giorni sulla strage di Erba, fino alla confessione di ieri, è facile accostare questa vicenda minima alla famosa tragedia di Shakespeare. Altri casi recenti, in cui le donne hanno svolto il ruolo di istigatrici e organizzatrici di crimini violenti, come per esempio la strage di Novi ligure ci spingono a questo parallelo. Erika è stata colei che è riuscita a condizionare un'altra volontà, quella di Omar, a spingerla al delitto. Come Gigliola Guerinoni, chiamata la «mantide di Cairo Montenotte», due matrimoni falliti, una serie interminabile di spasimanti, bionda, avvenente, occhi chiari, un'ex infermiera divenuta gallerista e dipinta da più parti come una femme fatale per il vorticoso giro di uomini che le ruota attorno. L’assassina del farmacista che seduce un vecchio signore a diventare suo complice. C’è Doretta Graneris, 18 anni, che in una notte del 1975 liquida tutta la sua famiglia, ma al suo fianco ci sono un fidanzato e un amante. In pochi attimi il destino di cinque persone si compie. I tre, pistole alla mano, cominciano il massacro: colpiti cadono uno ad uno i nonni di Doretta, Romolo Zambon e la moglie Margherita; il padre, Sergio e la madre, Itala, e infine il fratellino di 13 anni, Paolo. C’è poi la Circe della Versilia con il suo giovane amante che liquida il marito di troppo. Si chiama Maria Luigia Redoli, 50 anni, bellezza aggressiva, bionda platinata, gli occhi perennemente coperti da occhiali scuri, maga dilettante.
Casi ovviamente differenti, anche se non molto: ci sono sempre coltelli, sempre motivi futili, sempre bambini uccisi nel sangue. Come sangue c'è sullo sfondo nel Macbeth, quando lady Macbeth urla: «Io ho allattato e so come è tenero il bimbo che succhia: eppure avrei strappato il capezzolo dalle sue gengive senz'osso e gli avrei fatto schizzare il cervello mentre mi sorrideva». O quando rimbrotta il marito: «Vuoi da un lato avere ciò che consideri l'ornamento della vita e dall'altro vivere come codardo?». Macbeth accetta la tentazione della moglie: cede e nella notte compirà il delitto che lo condannerà per sempre. Le due forze, quella maschile e quella femminile, sono unite e unite sono invincibili. Ma Macbeth uccide per diventare re. L'ornamento della sua vita, ciò che vale il rischio supremo del destino, è la corona, la corona che gli spetta di diritto per una profezia.
Oggi per cosa si uccide, invece? Quale è l'ornamento della nostra vita, cosa vale il rischio estremo del nostro destino? Sappiamo tutti ormai la storia del cattivo vicinato di Erba, delle continue liti, della musica fino a tarda ora e della xenofobia strisciante. «Mio marito deve dormire perché si alza presto». Le preoccupazione paranoiche per la pulizia. Per l'ordine. La nostra isola di armonia è circondata da ogni parte dal rumore e dal furore e dall'invidia. Dobbiamo difenderci. Se non riusciamo a vivere come dovremmo, la colpa non è nostra, è di chi ci sta vicino. Di chi in fondo vuole esattamente le nostre stesse soddisfazioni borghesi e desiderandole con la nostra stessa forza ci ostacola nella loro realizzazione. Il vicino è uno scandalo. Lo scandalo è l'inciampo che impedisce a noi di essere ciò che veramente siamo.
Pensiamoci bene, dal punto di vista del meccanismo, uccidere un re e uccidere i vicini di casa non modifica in nulla la sostanza. Qualcuno ci impedisce qualcosa. Dobbiamo eliminarlo. Dobbiamo evitare di essere confusi con lui. Non dobbiamo avere a che fare con la sua sporcizia. Ciò che è successo a Erba è la forma smisurata di ciò che succede a ognuno di noi, e di ciò che è sempre successo, da Adamo ed Eva, a Lady Macbeth. Con una unica differenza: l'odio mimetico, l'odio per il rivale, si è trasformato in risentimento, una gradazione inferiore, e questo risentimento striscia ovunque come una epidemia. L'epidemia rende famigliare una violenza che una volta era riservata solo ai casi estremi. Guardiamoci bene dentro: nessuno ne è privo. Abbiamo spesso paura, spesso risentimento. In famiglia, con i nostri parenti, con i nostri vicini, con chi viene da fuori, con chi lavora con noi. È chiaro: ci sono dei limiti. Delle inibizioni. Se anche spuntasse un pensiero volto all'azione verrebbe stroncato sul nascere.
Credo che il problema della nostra società sia proprio questo: fino a quando la voce del serpente che tenta verso l'azione sarà tacitata?