Tutto il peso sulle spalle di noi mamme

Ieri non sono andata a piazza San Giovanni, ma al mare. Con la mia famiglia e i miei figli. Ho seguito l’invito balneare fatto dalla signora Natalia Aspesi su Repubblica, ma non perché sia d’accordo con le sue obiezioni al Family day. Ho fatto le buche sulla spiaggia e mangiato il gelato invece di sventolare i palloncini, ma non sono un prodotto del disimpegno degli anni Ottanta, e neanche del qualunquismo e del riflusso di queste nuove generazioni individualiste ed edoniste, eccetera, eccetera...
Semplicemente credo sia inutile scendere in piazza una tantum per affermare un valore che invece necessita di difesa quotidiana. Come non credo che i Dico siano una minaccia, ma solo l’ultima frontiera di una battaglia persa da almeno trent’anni. E, se posso dirla francamente, mi dà abbastanza fastidio che adesso tutte le forze politiche, da destra e da sinistra, si mobilitino in difesa della famiglia, le stesse forze politiche che non hanno fatto assolutamente niente per difenderla finora.
Adesso tutti si sono accorti che un Paese senza famiglie è un Paese che rischia grosso. In termini etici e sociali. E si fanno grandi discorsi, volando molto alto, parlando di principi, di Valori Assoluti e di tante belle cose. Giustissimo, ma la famiglia è una cosa molto terrena e si difende sul terreno domestico. Adesso tutti piangono sul latte versato, ma troppi hanno dimenticato che per capire cosa è successo alla famiglia italiana bisogna fare un passo indietro fino agli Anni Settanta, quando una generazione di donne demonizzava la famiglia come istituzione, e viveva il matrimonio e i figli come il maggiore ostacolo alla propria emancipazione e libertà.
La famiglia non ha bisogno di difese di parte o di partito, ma di interventi a difesa delle donne, soprattutto quelle che lavorano. Perché, giratela come vi pare e non si arrabbino troppo gli uomini, da sempre, ma oggi più che mai, sono le donne a tenere insieme la famiglia italiana, che non sarà più sacra o patriarcale, che ha cambiato i suoi punti di riferimento, ma non ha cambiato il suo fulcro. Adesso tutti parlano di sgravi fiscali, di sostegno ai nuclei numerosi, di incentivi, di asili nido. Pochi però parlano di politiche a favore delle donne lavoratrici, di part-time, di flessibilità sul lavoro, di organizzazioni più umane, di maggiore tempo libero per chi si deve occupare dei bambini o degli anziani. La donna che procrea, quando lavora, lo fa a suo rischio e pericolo. Sa che dopo sarà tutto più complicato e che non potrà contare su nessuno. Che le famiglie di origine spesso vivono in altre città, che il marito non cambierà il suo stile di vita e i suoi orari, che sul lavoro sarà considerata un problema e non un’opportunità e che la famiglia sarà sempre e comunque sulle sue spalle. Nonostante questo le donne giovani, quelle qualunquiste post Anni Settanta, i figli sono tornate a farli. Ne fanno pochi e spesso male, rincorrendo l’orologio biologico con le provette e affidando poi la prole a tate superefficienti e superpagate perché è bello avere un figlio, ma un po’ meno non dormire di notte.
E qui veniamo all’altro aspetto della questione: le famiglie sono minacciate, prima che da tanti altri fattori esterni, da un modello di vita e di donna che non è più quello della «mamma». E senza la mamma, la famiglia non esiste. In televisione si vedono solo donne rifatte, madri dalla pancia piattissima. Le donne di successo hanno dovuto adeguarsi ai modelli maschili e hanno perso la propria identità. Le altre, senza accorgersene, hanno seguito la stessa strada. Nei sogni della donna emancipata c’è il personal trainer, il Suv, l’estetista e il vestito firmato, ma di fronte alla preparazione di un piatto di carbonara le sue certezze vacillano. Se manca la donna-mamma è inutile parlare di famiglia. Alcune se ne sono accorte, ma ancora troppo poche.
Per non parlare poi dei trentenni di oggi, bambocci irresponsabili, che rifuggono dalle responsabilità e svicolano di fronte all’idea di fare famiglie nascondendosi dietro parole come precarietà, instabilità, incertezza del futuro. Non c’è bisogno di scomodare studi sociologici o esperti, basta leggere la posta del cuore dei settimanali femminili per capire con che tipo di fidanzati le ragazze si devono confrontare. Se il futuro per i giovani non è più quello di una volta, la colpa è anche loro.
E chi pensa che un Dico o un gay siano la causa di questa débâcle, credo davvero che abbia sbagliato bersaglio.
Caterina Soffici