Tutto quello che non vi dicono sulla sfida all'Ue

Adesso resta solo da capire perché il nostro Paese abbia aderito con tanta leggerezza a dei parametri che paiono irrealistici per l’Europa e impossibili per l’Italia: capire, ossia, chi dovremmo ringraziare. Ha cominciato a farcelo comprendere Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia e fra i massimi esperti italiani del settore: «Gli obiettivi sono assolutamente impossibili non solo per noi ma anche per altri Paesi che però hanno negoziato meglio, in modo da assumere impegni meno vincolanti», ha detto in un’intervista pubblicata ieri sulla Stampa.
Che il carico dei sacrifici sia ripartito in maniera diseguale, in effetti, non lo mette più in dubbio nessuno: alcuni Paesi inquinano nettamente più di noi (emissioni pro capite della Germania 10,24, Italia 8,03; intensità energetica della Germania 0,43, Italia 0,41) e tuttavia pagheranno di meno perché sono partiti da una posizione più inquinante e quindi in rapporto hanno recuperato di più; mentre la stessa Germania si impegnava a eliminare le antidiluviane centrali a carbone, per esempio, il nostro Paese «è già uno dei Paesi più energeticamente efficienti al mondo», aggiungeva Tabarelli, «con uno dei rapporti più bassi fra consumo di energia e prodotto interno lordo. Quindi, se dovessimo tagliare ancora, faremmo molta più fatica, persino se volessimo ridurre i consumi di poco». Senza contare che siamo il primo Paese al mondo per rendimento delle centrali termoelettriche, con un’efficienza superiore del 17 per cento rispetto ancora alla Germania. E senza contare che all’Italia, a margine di una negoziazione di cui appunto non si ha notizia, non è stata riconosciuta l’assenza del nucleare e dei rigassificatori, nonché un potenziale idroelettrico già sfruttato al massimo.
A spiegarlo, sul Corriere di ieri, era la presidente degli Amici della Terra, Rosa Filippini: «Le nostre emissioni pro capite sono inferiori alla media europea e a quella della maggior parte dei singoli Paesi: noi siamo a 9,7 tonnellate equivalenti a persona, la Germania è a 12,2, il Regno Unito a 10,8, la Spagna a 9,9. La Francia è sotto di noi (8,6) ma ha il nucleare. E sono dati ufficiali dell’Agenzia internazionale per l’energia». La questione automobili poi è paradossale. Il nostro parco auto ha il consumo al chilometro più basso del mondo, assieme alla Grecia: ma Kyoto è all’Italia che chiede uno forzo maggiore rispetto alla solita Germania, che pure produce auto di maggior cilindrata e soprattutto maggiori emissioni. Lo spiegava sempre sulla Stampa Vittorio Prodi, fisico ed eurodeputato liberaldemocratico, fratello di Romano: «I tedeschi hanno fatto passare il principio del peso delle vetture, così chi inquina di più taglia di meno». I tedeschi. E gli italiani? Tabarelli è secco: «L’anno scorso in Italia c’era un ministro dell’Ambiente fondamentalista, Pecoraro Scanio, che ha accettato tutto, mentre all’estero hanno agito in maniera ben diversa». Ma non si vorrà, ora, gettare l’intera croce su Alfonso Pecoraro Scanio: e questo nonostante i suoi no ai rigassificatori o degassificatori per risparmiare e recuperare energia, no ovviamente al nucleare, no alle pale dell’energia eolica, no alle perforazioni petrolifere in Val di Noto, no agli inceneritori o termovalorizzatori, no in generale. Non l’intera croce, appunto. «Non credo che la popolazione potrebbe sostenere a lungo un atteggiamento puramente dimostrativo, mentre Cina e India continuano a sostenere i peggiori modelli di sviluppo» aggiungeva ieri sul Corriere anche Franco Prodi, rinomato climatologo del Consiglio nazionale delle Ricerche (Cnr) e pure lui fratello di Romano. Prima Nomisma, la società di studi economici da lui fondata, e ora i due fratelli: va da sé che il cerchio attorno a Romano Prodi comincia un minimo a stringersi. Per forza: la prova che a non trattare su Kyoto fu soprattutto il suo governo, lasciando scivolare con noncuranza ogni possibile conseguenza, è stampigliata nel rapporto che il Consiglio nazionale dell’Economia e del lavoro (Cnel) elaborò il 19 luglio 2006, e che lo stesso Prodi, assieme alle parti sociali, cioè ai sindacati, firmò di conseguenza prima di girarlo alla VIII Commissione, quella per l’Ambiente. Quel rapporto era titolato «Attuazione del Protocollo di Kyoto, osservazioni e proposte» e diceva quanto già bastava. Soprattutto, vi si auspicavano celeri soluzioni che però non giunsero mai. La lunga citazione è purtroppo necessaria. Da pagina 6: «Solo l’Unione Europea ha intrapreso azioni per la lotta ai cambiamenti climatici. Tale situazione non solo rischia di non consentire il raggiungimento degli obiettivi previsti dal Protocollo di Kyoto, ma anche di determinare serie ripercussioni economiche sui sistemi produttivi europei, e italiano in particolare, compromettendo la loro competitività.
Si pone quindi l’esigenza di aprire una seria riflessione sullo stato di attuazione del Protocollo, cui il Governo italiano si dovrebbe fare portatore in sede europea». «Già in questo primo anno sta emergendo come l’obiettivo stabilito a Kyoto per il nostro Paese si sta già rivelando particolarmente oneroso per l’apparato economico. Le prime stime effettuate dalla Commissione europea mostrano che, a differenza della maggior parte dei Paesi europei, il numero di quote assegnate in Italia è risultato notevolmente inferiore alle emissioni effettivamente prodotte nel 2005». «Questo primo anno di applicazione del sistema ha infatti evidenziato forti incongruenze sul funzionamento della Direttiva nei vari Paesi Ue, introducendo di fatto distorsioni competitive tra gli stessi settori industriali presenti in Europa». Infine; se andate e leggere il documento «19 mesi di governo Prodi», sorta di bilancio del governo omonimo, la parola Kyoto compare solo una volta: «Con la finanziaria 2007», si legge, «è stato istituito un Fondo per l’attuazione del protocollo di Kyoto e sono stati stanziati 200 milioni all’anno nel triennio 2007-2009; la finanziaria 2008 ha riconfermato lo stanziamento». C’è il rischio che il Paese debba spendere un filo di più.