Uccise una 18enne e dopo tre anni è in libertà Alfano: "Nella legge c'è qualcosa che non va"

Il Guardasigilli Alfano sul caso di Montepaone: &quot;Vicino ai familiari della ragazza uccisa&quot;. E manda i suoi 007. Il ministro: &quot;Voglio capire come sia accaduto, ho chiesto accertamenti rapidissimi&quot;. Berlusconi: a settembre il varo del <strong><a href="/a.pic1?ID=373332">nuovo processo penale</a></strong> <strong>
</strong>

Roma - Una ragazza di 17 anni freddata sotto casa a revolverate dal fidanzato geloso, e il killer che dopo due anni e mezzo gira libero per strada. Il padre disperato chiede giustizia con una lettera al Corriere della Sera, e il ministro della Giustizia Angelino Alfano risponde: «Evidentemente c’è qualcosa che non va». E promette accertamenti per capire come sia potuto accadere che un assassino reo confesso torni così presto a piede libero.
La storia risale al febbraio del 2007. Barbara Bellerofonte (nel tondo), 17 anni, era a cena con i genitori nella sua casa di Montepaone, in provincia di Catanzaro. Il fidanzato, Luigi Campise, allora 22enne, le citofona. Lei scende a parlargli. Voleva lasciarlo proprio per la sua ossessiva gelosia, ma lui sotto casa si presenta armato, e scarica la pistola sulla ragazza: quattro colpi, tre raggiungono Barbara. Uno dei proiettili le resta nel cervello. Venti giorni di agonia, poi la morte. Lui finisce in carcere poche ore dopo, è reo confesso. Dice di essere pentito, di aver agito per gelosia, di non aver premeditato l’esecuzione, sostiene che voleva solo «spaventare» la ragazza. Ma la sua versione non convince, il suo dolore sembra il tentativo di trovare una scappatoia. Eppure in attesa della sentenza Campise lascia il carcere poco più di un anno dopo, il 28 aprile del 2008, per scadenza dei termini di custodia cautelare. Torna dentro un mese dopo, perché condannato a 4 anni per altri reati, legati all’operazione antidroga «Pit Stop». E il 17 gennaio di quest’anno il gup di Catanzaro lo condanna a 30 anni con rito abbreviato, riconoscendo premeditazione e futili motivi.
Per i genitori di Barbara è una magra soddisfazione, ma almeno pensano che il killer della loro bambina ora debba pagare: «È stata fatta giustizia, anche se nessuna sentenza potrà mai ripagarmi del fatto che non ho più con me mia figlia», spiega lasciando l’aula la madre della 17enne, Lucia Cosentino. Ma pochi mesi dopo, a fine luglio, Campise lascia di nuovo il carcere. In attesa dell’appello, e grazie all’indulto e a sconti per «buona condotta», l’assassino torna a spasso per le strade del suo paese, Soverato. La Procura di Catanzaro non emette una nuova ordinanza di custodia cautelare in carcere perché, spiega l’avvocato del ragazzo, «non hanno ritenuto che ci fosse il pericolo di fuga».
Per i genitori è una mazzata tremenda. Loro, che avevano già denunciato a giornali e tv la prima scarcerazione di Luigi Campise, ad aprile dell’anno scorso, non possono sopportare quest’altro affronto. Così Giuseppe, il papà di Barbara, scrive una lettera al Corriere: «Ignoro i motivi che hanno indotto la giustizia italiana a liberare l’omicida, ma quello che mi chiedo da padre, da cittadino, da uomo, è se è giusto tutto questo. Se è giusto additare ai nostri giovani questo esempio di comportamento, e far capire che in Italia tutto è permesso, tutto è possibile, compreso un omicidio, tanto poi si riesce sempre a trovare il modo di essere liberati».
Uno sfogo, quello del padre della ragazza uccisa, che, come detto, è stato immediatamente raccolto dal Guardasigilli Alfano. «Ho immediatamente incaricato i miei ispettori di fare degli accertamenti preliminari per acquisire delle informazioni in tempi rapidissimi e per comprendere subito, già oggi, come è potuto accadere. E dunque ho inviato gli ispettori in via d’urgenza», ha spiegato il titolare del dicastero di via Arenula ieri in un’intervista al Tg5.
Alfano, che ha voluto esprimere «forte vicinanza» con i familiari di Barbara, ha manifestato i suoi dubbi sull’iter della vicenda. Spiegando che «a volte l’ossequio formale della legge contrasta fortemente con il senso profondo di giustizia di ciascuno di noi». E concludendo che «quando ciò accade evidentemente qualcosa non va».