Uccise moglie, inquilina e s’ammazzò: quando Milano divenne un bersaglio

Stefano Zurlo

da Milano

Chissà che cosa scatta nella testa. Chissà che cosa ha trasfomato Andrea Calderini in una sorta di farmer del Far West. Un uomo di 31 anni, una famiglia della buona borghesia milanese, soldi e auto di lusso, ma anche una vena di follia faticosamente contenuta per anni. Poi il pomeriggio del 5 maggio 2003, il tappo salta. Forse per un litigio. Forse per un ancor più banale contrattempo. Forse per un’altra imperscrutabile ragione. Alle 15.10 via Carcano, un’elegante strada a due passi dalla Fiera, diventa la prima linea della guerra dichiarata al mondo intero da un uomo che ha smarrito la ragione. Il giovane bussa alla porta della vicina: impugna una pistola semiautomatica calibro 45, una Kimber Eclipse regolarmente posseduta. La signora Stefania Guaraldi apre, lui le spara senza darle una sola chance. Poi torna a casa, al terzo piano, e si affaccia al balcone, ormai l’avamposto della sua pazzia, e comincia il tiro al bersaglio su tutto ciò che si muove nel suo campo visivo. Come in un vidoegame. Un proiettile entra nella gamba di Giovanni Maurizio Litta Modignani, avvocato dal cognome importante; tre colpi riducono in fin di vita un pensionato; un altro colpisce una logopedista che sta passando in scooter. Si chiama Daniela Zaniboni e oggi è su una sedia a rotelle. Un elettricista si salva buttandosi dietro una macchina parcheggiata.
Calderini rientra nell’appartamento, in città è il panico, a Milano arrivano di volata i Nocs della polizia. A tarda sera, dopo ore di inquietante silenzio, i poliziotti penetrano nel palazzo e il conteggio delle vittime dev’essere aggiornato: per terra ci sono i corpi di Calderini e della moglie, Helietta Scalori, una bella, fragile ragazza di 22 anni, sposata solo due mesi prima a Las Vegas. Forse è stata la prima a morire, annientata da 11 colpi. Sui quotidiani dei giorni successivi le foto del suo sorriso radioso si mescolano alle immagini della strage. Il bilancio definitivo è di tre morti, compreso il folle, tre feriti, 43 colpi sparati. E un diluvio di polemiche.
La legge che concede il porto d’armi è troppo permissiva? Come mai Calderini, che da tempo aveva manifestato segni di squilibrio mentale, ha avuto la possibilità di detenere quella calibro 45? La magistratura fa le sue indagini, poi arriva la sentenza per i due medici che avevano dato l’ok alla concessione del porto d’armi: vengono condannati rispettivamente a 2 anni e un anno e 10 mesi, per omicidio colposo e falso. Secondo il giudice Anna Introini, «una grave imprudenza, imperizia e negligenza e ua macroscopica leggerezza, hanno di fatto consentito di armare Andrea Calderini, persona che da anni soffriva di una seria malattia psichica e da anni era in cura con psicofarmaci».

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