Ultimo giorno di missione, salta su una mina

Il primo caporal maggiore dei paracadutisti, Roberto Marchini, avrebbe festeggiato i suoi 29 anni la prossima settimana, a casa, per una breve licenza. Invece è il caduto numero 40 della missione in Afghanistan. Un pezzo di ragazzo, con il barbone rossiccio, che ieri mattina faceva come ogni giorno il suo dovere. Nell’angolo più infame e «caldo» del nostro schieramento di 4.200 uomini nell’ovest dal paese. Il fronte sud nel distretto di Bakwa, che assieme alla valle dei fiori, il famigerato Gulistan, è infestato di talebani. Come ogni mattina si era imbarcato sul blindato dell’8° reggimento Genio guastatori di Legnago. Nella sua compagnia, la 22° Giaguari, faceva parte delle squadre avanzate di combattimento e ricognizione. Tradotto in parole semplici spettano a loro le missioni più pericolose. I guastatori fanno da vedetta precedendo i convogli e vanno a caccia delle trappole esplosive disseminate dai talebani. Parà addestrati a notare i dettagli, il terreno un po’ smosso, resti di fili elettrici o strane carcasse di animali e altro lungo la strada. Le squadre di ricognizione del genio guastatori sono gli «occhi» del resto della colonna. E sanno bene che possono saltare in aria al posto degli altri. Ieri il genio guastatori sfidava le trappole dei talebani e la sorte sulla 515, una strada che va ripulita anche se costa sangue e sudore. Lungo questa pista bisogna mettere in piedi un avamposto.
I parà, assieme alle forze di sicurezza afghane, si trovavano tre chilometri ad ovest da base Lavaredo, una dei nostri campi trincerati più avanzati. Questa volta i guastatori si erano accorti della trappola più grossa. Tre piatti a pressione, probabilmente collegati fra loro che avrebbero fatto una strage. Vengono tarati sul peso del blindato e collegati ad esplosivo o bombe di artiglieria e mortaio. Ci passi sopra e boom. Marchini, assieme agli altri parà della squadra, sono usciti dal mezzo per avvicinarsi a cerchi concentrici verso l’area dove erano stati interrati gli Ied. In gergo si chiama «cinturare l’area in sicurezza», ma significa nervi d’acciaio e palle quadrate. Poi arriveranno gli specialisti artificieri a disinnescare gli ordigni. Quando individui il trappolone più grosso, però, non è detto che sia finita. Come nel film The Hurt Locker, sulla guerra in Irak a colpi di tritolo nascosto, che ha vinto l’Oscar. I talebani devono aver imbastito una doppia trappola.
«Hanno iniziato a cinturare l’aera, ma purtroppo c’era un quarto ordigno» racconta il maggiore Marco Amoriello, portavoce del contingente italiano ad Herat. Marchini era un veterano, con altre due missioni in Afghanistan alle spalle e sapeva bene che bisogna stare attento a dove mettere i piedi in un’operazione del genere. Forse una mina antiuomo attivata a pressione o da un comando a distanza e il parà è saltato in aria rimanendo ucciso.
Dieci giorni prima sullo stesso tragitto, pochi chilometri più in là, era esploso con il suo mezzo Gaetano Tuccillo. Fino a un anno fa, quando abbiamo dato il cambio ai marines, pochi osavano percorrere queste piste. I ritrovamenti di Ied talvolta sono quotidiani. Solo in giugno sono esplose nell’area quattro trappole esplosive e altre 12 sono state scoperte e disinnescate, grazie ai soldati italiani.
Il quarantesimo caduto in Afghanistan sarebbe dovuto tornare a casa venerdì, per una breve pausa. Invece arriverà il giorno prima in una bara avvolta dal tricolore. Originario di Caprarola, in provincia di Viterbo, era atteso dalla famiglia e dagli amici per festeggiare il suo compleanno il 21 luglio. Figlio di Francesco e di Pina, fin da bambino voleva fare il militare. Nel piccolo centro dove vivono i genitori è arrivata la sorella Elisa, che fa l’infermiera in una clinica di Tivoli.
«Roberto era un ragazzo semplice, rispettoso, onesto, leale con tutti. Un grande lavoratore che non si tirava mai indietro e nei momenti liberi aiutava il padre artigiano» racconta Eugenio Stelliferi, sindaco di Caprarola. I commilitoni nella caserma di Legnago lo ricordano come un «eccellente guastatore, un ragazzo d’oro, sempre allegro». Su Facebook è subito sorto un gruppo in suo onore, che ha raccolto in poche ore 1.417 adesioni.
I guastatori, che ogni giorno escono in ricognizione dalle basi afghane, a caccia delle trappole esplosive, lo ricorderanno con il motto del reggimento: «Avanti è la vita» scelta dai parà.
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