Umiliati e uccisi una seconda volta I soldati sconfitti devono sparire

Negli Usa comincia la rimozione della storia in nome del politicamente corretto. È l'era del «monumenticidio», in cui si cancellano i simboli della Confederazione del Sud

Marzio G. Mian

da Oxford (Usa)

«Ma perché i soldati? Vuol dire ucciderli una seconda volta. Sono già morti nella sconfitta, perché umiliarli un secolo e mezzo dopo?». Jack Mayfield alliscia la barbona bianca e scuote la testa sconsolato. È la voce narrante di questa cittadina universitaria del Mississippi, famosa per la Meredith riot del 1962, la rivolta scatenata dai segregazionisti contro le truppe inviate da John e Robert Kennedy per proteggere lo studente nero James Meredith che osava volersi iscriversi all'università del Mississippi, detta affettuosamente Ole Miss, sfidando i blocchi del KKK; ci furono due morti e trecento feriti, Bob Dylan dedicò agli eventi la celebre Oxford town. Ma Oxford, Mississippi, cittadina oggi di circa 20mila persone, è anche al centro del cosmos letterario di William Faulkner, il suo bacino di scenari e personaggi figli della guerra civile che hanno popolato l'immaginaria contea di Yoknapatawpha, teatro di molti suoi romanzi.

«Questa nazione è nata sullo spirito di quella tragedia. Anche chi ha celebrato la vittoria del Nord, come Walt Whitman, il nostro Dante, ha reso onore ai combattenti del Sud». Il vecchio la sa a memoria quell'ode ai vinti, diventata canto di catarsi e rappacificazione per altri popoli lacerati dalla colpa del fratricidio, «urrà per coloro che hanno fallito! E per tutti i generali che hanno perso le loro battaglie! E per tutti gli eroi sopraffatti! E per gli innumerevoli eroi sconosciuti, pari ai grandi eroi conosciuti!». Poi racconta come Faulkner fosse legato ai monumenti della contea di Lafayette, eretti a cavallo del Novecento dai reduci e dai figli dei caduti. Quello nel campus della Ole Miss, che tra le altre riporta un'iscrizione tratta da Erodoto, in greco, «vai straniero e dì a Sparta che qui, in obbedienza agli ordini, siamo caduti». Ma soprattutto la statua che domina la piazza, là davanti al tribunale della contea, con quel soldato sudista che si sorregge al moschetto, stanco, triste e battuto. Lo fa comparire sia ne L'urlo e il furore sia nella breve opera teatrale Sartoris: «Per Faulkner quel soldato rappresentava la diversità culturale del Sud, l'orgoglio della difesa di un mondo antimoderno e ormai incompatibile con il nuovo secolo. Non era certo un elogio dello schiavismo... Sarebbe orribile se lo buttassero giù, che cosa c'entra lui con il razzismo e Donald Trump?».

La tragedia del Sud ha alimentato per tanti decenni il racconto della nuova nazione; quella guerra devastante, e il cuore di tenebra della schiavitù, sono state affrontate a viso aperto dalla grande letteratura americana, addirittura Gertrude Stein disse che ignorare quella parte di storia significava «rinunciare a inaugurare una nuova era in Occidente». Ma per la società americana è stato diverso, nei decenni, nonostante la stagione della lotta per i diritti civili, nonostante un presidente nero, è diventato sempre più un tabù, un non detto chiuso nella pentola a pressione della questione razziale. «La forza di questo popolo», scrisse Alexis de Tocqueville, «sta nella sua franchezza, ma soprattutto la sua formidabile ipocrisia». Un'ipocrisia che ha retto anche durante la presidenza di Barack Obama, dagli anni Sessanta la più nefasta per la minoranza nera, sia per numero di morti ammazzati che per il livello di degrado sociale nei quartieri-ghetto delle grandi metropoli del Nord. Poi è arrivato Donald Trump e pur di accelerare i tempi della sua caduta si fanno abbattere, a oltre 150 anni dalla fine della guerra civile e dello schiavismo, le statue dei generali e dei soldati confederati; pur d'esporre al pubblico ludibrio l'inadeguatezza dell'usurpatore il quale ha infatti dato sfogo ai suoi inadeguati tweet s'è fatta scoppiare la pentola con un'ondata d'isteria iconoclasta paragonabile a quelle che seguono il crollo dei regimi più sanguinari. Da Baltimora a Saint Louis, dal Texas al Nord e Sud Carolina si sono visti giovani neri e bianchi abbattere i monumenti dedicati ai generali sudisti Robert E. Lee e Thomas Jonathan Stonewall Jackson, prendere poi le statue a calci e sputi, linciaggi che hanno inondato i social. A cavalcare la paranoia e il revisionismo di piazza, tirando giù generali di bronzo e fanti di pietra, sono spesso le stesse autorità in cerca di telecamere, offrendo così occasione alla peggiore feccia nazi-suprematista - come accaduto nei tragici scontri di Charlotteville in Virginia di mettere in mostra simboli, follia e violenza. Eppure un sondaggio appena condotto da Marist dice che il 62 per cento degli americani ritiene che le statue dei perdenti «sono simboli storici» e, a sorpresa, addirittura il 44 per cento degli afroamericani è contro il monumenticidio.

Esiste tuttavia anche una lista di proscrizione, un censimento a uso degli iconoclasti fornito dalla Southern Poverty Law Center dell'Alabama, organizzazione in difesa dei diritti civili: concentrati soprattutto nel profondo Sud, ci sono 1500 simboli confederati su suolo pubblico, circa la metà sono monumenti e statue, tre su quattro sono stati eretti prima del 1950, ma almeno uno su dieci durante la stagione delle lotte antisegregazioniste, la Virginia guida la classifica con 223 statue; nell'elenco, con tanto d'indirizzo, 109 scuole pubbliche, intitolate a figure riconducibili alla Confederazione schiavista, 10 basi militari, nove casi di festività e osservanze d'ispirazione nostalgica istituite da singoli Stati, ma anche ponti, autostrade, laghi intitolati in modo storicamente scorretto. Una psicosi ideologica che sembra sfuggire di mano ai mullah del politicamente corretto, infatti i tribunali di salute storica hanno emesso la sentenza di morte anche per gli omaggi bronzei a Cristoforo Colombo, complice il sindaco italo-americano di New York, Bill De Blasio.

La piazza di Oxford sembra tuttavia tranquilla, per ora l'unica offesa all'afflitto e sconfitto soldato confederato arriva non dai picconi ma dai soliti piccioni. E non mancherebbero gli spunti per fare piazza pulita. Sui quattro lati del monumento eretto nel 1907 le frasi sono inequivocabili. «In memoria del patriottismo dei soldati confederati»; «Hanno dato la loro vita per una causa giusta e sacra»; «Un vivo tributo ai nostri eroi morti dalle figlie patriottiche della contea di Lafayette»; «Un tributo ai nostri confederati morti dai loro camerati sopravvissuti»; «Figli dei veterani uniti per giustificare la fede dei loro padri». Alla Square Books, la meravigliosa libreria sotto il portico che si affaccia sulla piazza e ritenuta il tempio della grande letteratura del Sud, la preferita di Walker Percy, Richard Ford, John Grisham, non si fanno illusioni: «Arriveranno anche qui», dice il fondatore Richard Howorth, a lungo a capo delle librerie indipendenti degli Stati Uniti. Poche centinaia di metri più in là, al campus della Ole Miss hanno da qualche mese trovato un modo civile di far convivere il loro soldato confederato con il monumento dedicato alla memoria dell'eroico studente antisegregazionista James Meredith: una placca spiega come la statua nostalgica fosse il frutto dell'ideologia della causa persa, diventò poi il punto di riferimento dei suprematisti durante gli scontri del 1962 e che rappresenta quindi una parte della storia stessa dell'università. «Non è stato facile. Il testo ha comportato lunghe discussioni e compromessi», dice uno studente nero. C'è da sperare che Trump non scopra la lezione di Oxford, perché con uno dei suoi tweet rischierebbe di trasformare nuovamente il campus in un campo di battaglia.