Un uomo che parlava alla pancia della gente

Di sicuro il nome di Guglielmo Giannini dice poco ai giovani. Era già un personaggio d’altri tempi quando morì, sessantanovenne, il 13 ottobre 1960. Aveva chiuso nello scoramento, nell’amarezza, nell’abbandono la sua breve e folgorante parabola politica, aveva dovuto troncare le pubblicazioni del settimanale che era stato il più sconvolgente e travolgente successo editoriale del dopoguerra. Ma se Giannini se ne andò dimenticato, se l’Uomo qualunque sta nell’archivio delle pubblicazioni defunte, se il partito che Giannini aveva fondato non esiste più, il qualunquismo è ben vivo.
Questo termine, usato a proposito e a sproposito, è entrato e si è radicato vigorosamente nel lessico politico. È un termine considerato spregiativo e offensivo: lo fu subito, nei salotti popolari del comunismo e nei salotti schizzinosi dell’azionismo. Si bolla come qualunquista - lo fa soprattutto, adesso, quella sinistra che è, per ammissione di Luca Ricolfi, antipatica - ogni moto d’opinione che abbia forte seguito e che faccia appello alla «pancia» della collettività. Il pensiero va alla Lega.
Il 27 dicembre 1944 il primo numero dell’Uomo qualunque - ideato e voluto da Giannini che era un commediografo di fama, uno sceneggiatore di talento, un articolista sboccato ed efficace - ebbe un successo strepitoso, confermato dai numeri successivi. Moltissimi italiani trovarono in quelle pagine se stessi. Scrive Carlo Maria Lomartire nel libro Il qualunquista (Mondadori) dedicato a Giannini, al suo foglio, al suo movimento: «Si riconoscono in quello che leggono, già nel nome della testata. Vi trovano molte delle cose che pensano tutti i giorni. C’è la frustrazione profonda per essere stati tanto a lungo ingannati dal fascismo ed essere ora quasi considerati corresponsabili del disastro nazionale. C’è il fastidio per la sostituzione di una retorica, quella fascista, con un’altra, quella dell’antifascismo del Cln e di un regime con un altro, il ciellenismo». La burocrazia minuta e la piccola gente del commercio non ne potevano più del «vento del nord» mitizzato da resistenti più dell’ultima che della prima ora.
Anarchico e individualista, Giannini non aveva condiviso gli slanci mussoliniani di tante impudenti reclute del comunismo, alla Lajolo. Con il controtempismo fantasioso e sprovveduto che era nel suo temperamento, prese la tessera del P.N.F. solo il 10 luglio 1941: ma l’allergia ai tromboni politici ne faceva un anti-antifascista. Sapeva interpretare quel misto di disprezzo e di benevolenza verso il passato in camicia nera che fu riassunto indimenticabilmente da «aridatece er puzzone». Anche se in qualche momento l’estroso Giannini diede l’impressione di voler flirtare con Togliatti, il Pci fu durissimo. Su l’Unità del 7 gennaio 1945 venne invocato un provvedimento che vietasse l’Uomo qualunque. «Nessuno può contestarci il diritto di chiedere che a questo giornale venga tolta la carta, gli venga tolto il permesso di pubblicazione, e che i suoi redattori vengano puniti per propaganda disfattista». La democrazia in salsa moscovita. Lo si vide anche quando il direttore dell’Uomo qualunque fu sospeso dalla professione giornalistica per scarso zelo ciellenistico.
Trasformato il settimanale (850mila copie vendute) in partito, Giannini si trovò issato al ruolo di leader. Tentò d’aggregarsi ai liberali, ma il loro Papa, Benedetto Croce, acconsentì solo dopo molte insistenze a riceverlo, e lo gelò - secondo il racconto di Giannini stesso - con poche parole. «Mi disse subito che il partito liberale era una élite dove c’era già fin troppa gente. Non solo non doveva accettare la mia corrente, ma alleggerirsi dei suoi pesi morti». Giannini si vendicherà scrivendo che «la croce del liberalismo in Italia è Croce. Il partito liberale ne è morto».
Nelle elezioni per l’Assemblea Costituente - 2 giugno 1946, in contemporanea con il referendum monarchia repubblica - il Fronte dell’Uomo Qualunque si piazzò al quinto posto, dopo la Dc, i socialisti, i comunisti e l’Unione democratica nazionale (un partito liberale allargato che includeva i vecchi Nutti e Orlando). Comunque un milione e 200mila voti. Il Partito d’Azione ne raggranellò 300mila. L’esito già sorprendente venne amplificato dalle amministrative del 9 novembre dello stesso anno. L’Uomo Qualunque spopolò al sud, ma fece buon raccolto anche nel nord dove era quasi inesistente.
Giannini s’illuse. Le sue violenze verbali nascondevano la sostanziale ingenuità d’un dilettante della politica. Nel qualunquismo divenuto partito si scatenò l’immancabile faida delle scissioni, favorita dai democristiani. Era mutato profondamente il quadro politico. La Dc aveva attuato la normalizzazione del Paese, al rosso e ruggente vento del nord s’era sostituita la rassicurante e bianca routine dello scudo crociato, la fronda un po’ pecoreccia di Giannini era diventata marginale, se non superflua. Le elezioni del 18 aprile 1948 suggellarono il trionfo di Alcide De Gasperi. Un blocco liberal-qualunquista (il 2 giugno 1946 i due partiti sommati avevano avuto il 12 per cento dei consensi) raccolse a malapena un 3,8. Ben più dell’Arcobaleno il 13 e 14 aprile scorsi, si osserverà. Vero, ma con cinque deputati e un senatore l’Uomo Qualunque era kaputt.
Mario Cervi