Usa, trapiantati su sette ragazzi organi biotech creati in laboratorio

Primo intervento del genere al mondo. Usate staminali prelevate agli stessi pazienti

Monica Marcenaro

La «fabbrica degli organi» comincia a dare i primi frutti. Negli Stati Uniti sono state trapiantate con successo in sette ragazzi vesciche create in laboratorio a partire da cellule staminali prelevate dagli stessi pazienti. Si tratta dei primi organi coltivati in laboratorio mai impiantati su un essere umano. La ricerca, pubblicata sulla rivista scientifica The Lancet, è stata condotta negli Usa e ha coinvolto giovani, fra i 4 e 19 anni, affetti da una malattia che causava bassa funzionalità della vescica, dovuta a un difetto congenito. I trapianti sono stati effettuati nell’ambito del programma intrapreso fin dal 1999 da Anthony Atala che, in qualità di direttore dell’unità di Ingegneria dei tessuti dell’università di Harvard, aveva avviato la sperimentazione presso l’ospedale pediatrico di Boston per poi trasferirsi alla Wake Forest University School of Medicine.
Il tema dei trapianti non smette di stupire. Basti ricordare l’ultimo e sorprendente in ordine di tempo che ha visto a fine del 2005 l’impianto parziale del volto in una donna francese. Un intervento il cui presupposto, però, era stato l’espianto di naso, bocca e mento e parte della mascella da un donatore. È stato un successo chirurgico strettamente collegato, quindi, alla disponibilità degli organi, disponibilità di fatto rara e che in tutto il mondo impone lunghe liste di attesa a chi, per sopravvivere, ha bisogno di organi di ricambio. È proprio per offrire un’alternativa a tanti malati che la ricerca scientifica già da tempo batte la strada della coltivazione delle cellule staminali in laboratorio. L’ultimo traguardo ha permesso, per esempio, all’inizio del 2006 a un gruppo di scienziati americani di ottenere cellule di pelle (per l’esattezza cheratinociti) partendo da cellule staminali embrionali. Con lo stesso tipo di embrionali staminali erano state prodotte l’anno passato cellule di cartilagine e proto-cellule riproduttive, progenitrici di ovuli e spermatozoi. Il limite di queste ricerche è stata finora la resa: la quantità ottenuta di cheratinociti, per esempio, rispetto al numero di staminali di partenza, è risultata molto bassa.
Un limite forse superato. La ricerca pubblicata ieri su Lancet presenta la prima consistente casistica. Le prime vesciche biotech sono state costruite coltivando cellule staminali prelevate dagli stessi pazienti. «Questo è solo un piccolo passo nella nostra capacità di andare avanti sulla strada della sostituzione dei tessuti e degli organi danneggiati», ha osservato Atala, che sta già lavorando alla coltivazione in laboratorio di altri 20 tipi di tessuto. L’annuncio concretizza infatti la speranza di arrivare in un futuro non lontano a fabbricare organi a partire da cellule degli stessi pazienti e dunque a risolvere il problema delle liste d’attesa dovute alla scarsità dei donatori, nonché quello del rigetto d’organo perché la bioingegneria dei trapianti parte da cellule del paziente, eliminando il rischio di reazioni immunitarie.
La procedura seguita è stata relativamente semplice: l’équipe di Atala ha eseguito una biopsia dell’organo dei pazienti e ha isolato cellule muscolari e uroteliali; ha moltiplicato queste cellule in laboratorio per alcune settimane, poi le ha inserite su un’impalcatura di materiale biodegradabile a forma di vescica. I bambini e i ragazzi, che hanno ricevuto l’organo creato in laboratorio stanno bene, ha detto Atala, la loro vescica funziona e non sono comparsi effetti collaterali.