Vacanze col diesel d’oro: in un anno il 20% in più

I rincari coincidono con il boom delle immatricolazioni

Francesco Cramer

da Milano

L’oro nero vola verso i 60 dollari al barile ed è subito allarme per il caro petrolio. Le cause sono note: la crescita della domanda mondiale di greggio, in particolar modo da parte dei mercati emergenti quali la Cina; le incertezze che riguardano i Paesi che offrono greggio, ossia le controversie in Irak e le crisi in atto in Nigeria e Venezuela. Le conseguenze, sono le solite: rincari per i consumatori. E la prima cosa a cui si pensa quando il prezzo del barile è alle stelle è l’aumento della benzina. Le associazioni dei consumatori, abili con le calcolatrici e attente al portafogli degli italiani hanno lanciato l’avvertimento: attenzione, a causa del caro-benzina - dicono in coro Adoc e Codacons - una settimana di vacanza in automobile con tre pieni di verde costerà, ai prezzi attuali, 13 euro in più rispetto al 2004 e 28 sul 2003. Un bel gruzzolo. Il costo di tre pieni di benzina, infatti, sarà in media di 184 euro, contro i 171 dell’anno scorso e i 156 del 2003. Ma ancora peggio andrà per chi ha una macchina diesel: tre pieni di gasolio, infatti, costeranno la bellezza di 168 euro, 28 in più rispetto al 2004 e 40 in più sul 2003.
Insomma, per una settimana di vacanza la spesa per la benzina subirà un rincaro del 7,6% e quella per il gasolio un aggravio del 20%, contro un’inflazione ferma all’1,9%.
Insomma, viaggiare con un diesel è sempre meno conveniente. Anche se, va detto, un’auto che va a gasolio ha comunque una percorrenza media dell’ordine del 30% in più rispetto a una a benzina. Quali sono le ragioni dell’impennata del prezzo del gasolio? Anzitutto va ricordato che gli aumenti sono avvenuti parallelamente all’aumento del peso delle automobili diesel in Italia negli ultimi dieci anni. Nel 1990, sulle nuove immatricolazioni, il 7,3% erano diesel. Nel 1996 erano il 16,5%, nel 2001 il 36,6%, nel 2003 il 48,7%. Nel 2004 sei su dieci nuove auto immatricolate erano diesel. Dai dati si deduce che, visto l’aumento di autoveicoli a gasolio circolanti, sono decisamente aumentati anche i ricavi dovuti alla produzione di gasolio, nuovo vero «mercato dalle uova d’oro».
Le ragioni di questa repentina riduzione della forbice tra i prezzi di benzina e gasolio sono state analizzate di recente dall’Unione petrolifera. La quale ha emesso il suo verdetto: si tratta di una combinazione di diversi fattori, riconducibili alla forza della domanda e alle difficoltà dell’offerta.
Nel 2004 la ragione fondamentale della crisi petrolifera è stata l’impennata della domanda di petrolio della Cina, circa 0,8 milioni di barili in più al giorno, di cui la metà di diesel. Inoltre la crescita, anche in Europa, del consumo di gasolio, non solo in virtù dell’aumento delle immatricolazioni di auto ma anche per l’inarrestabile crescente domanda degli autotrasportatori. L’effetto è che in dieci anni la benzina verde è aumentata del 30,7%, il gasolio del 50,8. Ricordiamo i motivi: il primo è la corsa della quotazione del petrolio per cui se cresce il costo del greggio, sale quello dei suoi derivati. Il secondo sta nel fatto che se aumenta la richiesta di un bene con disponibilità limitata, è scontato che lieviti il suo prezzo per cui con più diesel in giro, domanda e prezzo del gasolio salgono a braccetto. Il terzo motivo ha una base tecnica: la legge ha imposto nel tempo di abbassare il tasso di zolfo nel gasolio ma l’eliminazione di questa sostanza ha però costi che sono scaricati sul consumatore.
Notizia di ieri l’altro: Shell e Ip hanno aumentato il gasolio rispettivamente, di 0,009 euro/litro (1,127) e di 0,010 (1,128).

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