Un vaccino tutto italiano capace di combattere l’Aids

È cominciata 13 anni fa la ricerca sul vaccino terapeutico italiano contro l’Aids guidata dall’Istituto Superiore di Sanità. Fin dall’inizio i ricercatori, coordinati da Barbara Ensoli, hanno scelto di colpire il virus Hiv al cuore, mirando alla proteina chiamata Tat, che è il motore della replicazione. Adesso, ha detto la ricercatrice, «sembra che riusciamo a bloccare il danno». I risultati appena pubblicati sulla rivista Plos One riguardano la seconda fase della sperimentazione, non ancora conclusa. Coinvolgono 87 pazienti, dei 128 inizialmente previsti nello studio e ora aumentati a 160. Sono stati reclutati in 11 centri di sei regioni (Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna, Toscana, Lazio e Puglia); alcuni di essi hanno ricevuto il vaccino tre volte in un mese e altri cinque volte, alcuni a dosi di 7,5 microgrammi e altri di 30. «Abbiamo deciso di pubblicare ora perché i risultati sono stati così rapidi e sono tutti statisticamente significativi già con numeri bassi», ha detto Ensoli. «È stata un’emozione», ha aggiunto. Il via libera alla pubblicazione è arrivato dai tre comitati internazionali che supervisionano il programma. Un risultato che per il presidente dell’Iss, Enrico Garaci, è un passo verso la medicina traslazionale, ossia nella capacità di trasferire i risultati dal bancone del laboratorio al letto del paziente. Sono una garanzia in questo senso anche i 10 brevetti registrati dall’Istituto fin dall’inizio della ricerca. La fase 2 della sperimentazione è costata 13 miliardi (su 21 promessi) in tre anni: «sono tutti fondi pubblici, assegnati dal ministero della Salute», ha osservato Garaci, ed oggi il ministro della Salute, Ferruccio Fazio, non ha escluso la possibilità di ulteriori finanziamenti. «Abbiamo visto che il vaccino arriva dove i farmaci si fermano», ha spiegato Ensoli. I farmaci antiretrovirali riducono infatti il numero delle particelle di virus in circolazione, ma non riescono ad azzerarle. Il virus continua ad essere presente e si rifugia in «santuari», costringendo il sistema immunitario ad un continuo stato di allerta. In questo modo si induce uno stato chiamato «immunostimolazione», che comporta problemi a sistema cardiovascolare, fegato e reni. «Il vaccino sembra riportare il sistema immunitario verso l’equilibrio». Per l’infettivologo Adriano Lazzarin, del San Raffaele di Milano (uno degli 11 centri coinvolti nella sperimentazione) «la guerra nucleare al virus Hiv è cominciata adesso perché soltanto ora il virus integrale è diventato un bersaglio», ha osservato riferendosi al fatto che la proteina Tat è «il bersaglio scelto per controllare l’infezione». Per Ensoli lo testimonia il fatto che gli Stati Uniti hanno deciso di stanziare 54 milioni di dollari per la ricerca sui geni regolatori del virus Hiv e che «il 90 per cento di questi fondi sono destinati alla ricerca sulla proteina Tat». Per Lazzarin non c’è dubbio che «l’obiettivo finale è sostituire la terapia antiretrovirale Haart con il vaccino, anche se questo non accadrà certamente domani». «Accogliamo con soddisfazione la notizia del successo della sperimentazione del vaccino terapeutico anti Aids», italiano e pubblico. Lo dice Massimiliano Dona, segretario generale dell’Unione nazionale consumatori (Unc), commentando i risultati positivi. «È un notevole passo avanti nella lotta al virus dell’Hiv -prosegue Dona- che ci inorgoglisce maggiormente perché, oltre ad essere un successo italiano, è il risultato di uno sforzo tutto pubblico compiuto dagli esperti dell’Istituto superiore di Sanità con il sostegno del ministero della Salute».