La Valchiria è vestita male ma la musica nasconde i difetti

Tra bombardamenti notturni, Wotan in doppiopetto e un Walhalla "equestre" scene e costumi penalizzano l’opera. Che però ottiene 14
minuti di applausi

Milano - Fra gli inesauribili e mai da altri raggiunti poteri che la musica di Richard Wagner possiede, c’è quello di spingere l’ascoltatore a riflettere sulla perdurante attualità del Mito. Sono passati 140 anni dalla prima rappresentazione della Walküre al Teatro Nazionale e Reale di Monaco di Baviera, dove il Re Ludwig II, folle in Wagner, la fece rappresentare nel 1870. Non cessa però lo scavo nelle profondità della saga che il Genio trasse dalle leggende dell’Edda e dal poema epico altomedioevale, il Canto dei Nibelunghi. Sarebbe impossibile dar conto delle letture che ben videro nella Tetralogia la metafora e il riflesso del momento storico presente, a partire dal capitalismo ottocentesco, oggetto del famoso saggio di George Bernard Shaw, Il Wagneriano perfetto, che fornì la drammaturgia alla messa in scena di Patrice Chéreau festeggiandosi a Bayreuth il centenario del primo allestimento del Ring nella sua completezza.
Dunque, nessuno stupore se Guy Cassiers, chiamato dai reggitori della Scala a realizzare l’impervio Walhalla musicale, sia ricorso addirittura a due drammaturghi, Michael P. Steinberg e Erwin Jans. Apprendiamo dalle note pubblicate sul corposo programma di sala che l’Anello del Nibelungo (di cui Walküre è il cuore) è una «soap-opera, una rete di complessi intrighi familiari» che coinvolgono vecchi e giovani. Wotan e la figlia disobbediente Brünnhilde, il Dio superno e le sue creature (Siegmund e Sieglinde, i gemelli incestuosi), formano, sempre secondo l’esegesi dei nostri drammaturghi, una famiglia «disfunzionale». Leggere queste premesse è quanto mai necessario, altrimenti non si comprenderebbe quanto ci è stato dato di vedere.
Cominciamo con il Walhalla, il castello costato a Wotan il patto scellerato per pagare i suoi costruttori, immaginato dallo scenografo Enrico Bagnoli come un groviglio di statue equestri, simbolo, nelle intenzioni, di un Ordine che si sgretola, a cui giungono le nove imponenti vergini guerriere (le Valchirie). Solo questa lettura poteva chiarirci che le misteriose proiezioni sul fondale sono infrarossi di bombardamenti notturni («ad esempio il bombardamento di Baghdad»!) e che la fortezza è diventata una «gated community (la fortezza Europa?), un bunker in cui gli dèi si proteggono dalla guerra che si sta svolgendo all’esterno». I costumi di Tim van Steenbergen, ci informano, impreziositi da «frammenti di dipinti di Gustav Klimt ed Egon Schiele», per evitare le trite proiezioni verso il futuro o la vituperata archeologia di tradizione presentavano Wotan in doppiopetto (però alla famosa lancia non hanno osato rinunciare), abito da gran sera rivisitato in chiave sado-tecno per la regina Fricka e le Valchirie, etnico-casual per lo sfortunato eroe Siegmund. La più penalizzata era la protagonista Brünnhilde, gravata nel derrière da una coda che trasformava l’amazzone in una Papagena in veste ferale.
Wagner si innervosì con la sua amica Malwida von Meysenbug, antesignana delle damazze cacciatrici di celebrità, troppo distratta dalla messa in scena del Ring, ammonendola: «Non guardi così intensamente! Ascolti!». E noi ci adeguiamo al volere dell’Autore e tentiamo di parlare della musica e di chi l’ha eseguita. Si capisce che si deve iniziare dal conduttore supremo che per noi rimane il direttore d’orchestra. Daniel Barenboim, nelle veste, non si è inserito nella «corrente latina» realizzata da Wieland, il nipote di Wagner, che negli anni Cinquanta del secolo scorso continuò la rivoluzione del Nonno sul piano scenico e musicale. Esempi preclari sono le interpretazioni di Clemens Krauss, del suo allievo Herbert von Karajan sino al fiammingo André Clytens. Ieri sera abbiamo ascoltato un’interpretazione sanguigna, in parole che il lettore ci perdonerà, presa di petto, con agogica diluita fin dove è stato possibile e altrettanta potenza fonica. Comunque Daniel Barenboim sorprende sempre per la sua poliedricità.
Non è stata una sorpresa che Nina Stemme (Brünnhilde) risultasse la protagonista in tutti i sensi. Le rendiamo gli onori che merita. Onori che estendiamo per il lungo e meritorio percorso artistico alla signora Waltraud Meier, interprete alla Scala, dopo quindici anni, del medesimo ruolo di Sieglinde. Il personaggio di Fricka, importante per la vicenda ma confinato in un solo fondamentale duetto, è stato dignitosamente sostenuto da Ekaterina Gubanova. Vitalij Kowaliov, che sostituiva un alto rappresentante del canto wagneriano, è stato un Wotan di prestante presenza fisica e buone risorse vocali. Nella stessa linea si è mantenuto il tenore Simon O’ Neill, l’affascinante eroe sventurato per antonomasia, Siegmund. A John Tomlinson (Hunding) si rende omaggio per la sua lunga militanza che si ritiene avere raggiuno la sfera alta della sua carriera. Ci perdonino le otto signore che interpretavano le Valchirie, ma i ruoli e la tirannia dello spazio ci impongono un ringraziamento collettivo. Esito favorevolissimo della serata (con 14 minuti di applausi), avendo Wagner coinvolto tutto e tutti. Quel che conta.