Vallanzasca, il nuovo «Romanzo criminale» di Placido

RomaCome il pompiere ama il fuoco, così Michele Placido, che da ragazzo del Sud faceva il poliziotto, i criminali li «sente» e sa come maneggiarli. Il grande sogno dell’attore e regista pugliese, ora, è bissare, in salsa Giambellino, il botto del suo Romanzo criminale, del quale cinque anni fa firmò la regia. Così Vallanzasca. Un gangster italiano s’intitola il poliziottesco d’azione, con Kim Rossi Stuart nei panni del boss della Comasina, sul cui fascicolo è scritto: «Fine pena: mai» e pure i sassi sanno quante polemiche abbia suscitato la visione del «bel René», in carne, ossa e cagnolino della moglie sottobraccio, sul set milanese di questo biopic (con agevolazione del Comune meneghino: pagamento scontato del suolo pubblico, al 20 per cento).
C’era agio di vivere sulla faccia spavalda dell’ergastolano, in permesso d’uscita e fianco a fianco col regista paraculo, lui, che negli anni Settanta fece sognare le casalinghe («quante foto osée gli spedirono, in carcere», nota Placido) e disperare un bel po’ di gente.
Naturalmente, le luci della ribalta hanno fatto soffrire i parenti dei morti, lasciati sull’asfalto dal criminale. I numeri del bandito più pericoloso del nostro dopoguerra? 7 omicidi, 3 sequestri di persona, 70 rapine a mano armata in 200 giorni, 4 ergastoli per 260 anni di reclusione. C’è di che raccontare, sulle orme di Lizzani e del suo Banditi a Milano, instant-film del 1968 sul gangster Pietro Cavallero (e nessuno ebbe da ridire sulla liceità di tale operazione). «Voglio fare un film di genere, un gangsterfilm come il francese Nemico pubblico n.1, sulla figura di Mesrine. In Francia, dove girerò il thriller Miserere, nessuno polemizza. Le vittime hanno le loro ragioni, per carità. Anch’io mi arrabbierei, se fossi padre d’un poliziotto… Non ho mai mancato d’onestà intellettuale e mi assumo la responsabilità morale del film. Questo è un Paese, che vive di malaffare al sessanta per cento. Banditi siedono in Parlamento. Dov’è lo scandalo di raccontare Vallanzasca? Il mito del «bel Renée» l’hanno creato i giornali, a me interessa il personaggio per il suo aspetto oscuro, come in Dostojevskji», attacca Placido, che narrerà infanzia ed escalation del criminale, tra inseguimenti e sparatorie. Rilassato, all’ottava settimana di riprese, il cineasta usa un manipolo di cronisti, per tener vivo il fuoco sotto al pentolone: a fine mese i produttori (Elide Melli della «Cosmo» e la Twentieh Century Fox, pure distributrice del film, in concorso a Venezia e sugli schermi a ottobre: budget di 7 milioni di euro) busseranno al Ministero per il contributo (1 milione e due) e il mito mediatico va alimentato. Sul prato d’un grande albergo, a un tiro di schioppo dall’Acquedotto della Magliana, si gira la scena d’un party per pezzi di forca e belle pupe: c’è Filippo Timi (Enzo, l’amico traditore di Renée) in cafonissimo completo celeste e sciarpina di pelo maculato («è bello tornare bambini, mitra in mano»); c’è Valeria Solarino, qui Consuelo, compagna del gangster e madre del di lui figlio; c’è, in gessato vintage, Francesco Scianna, alias Francis Turatello, in tandem con Vallanzasca per gestire bische e prostitute («m’interessa capire il lato umano»), c’è Paz Vega, o la moglie del boss («storia bonita»). Ma, soprattutto, c’è «il Freddo», Kim Rossi Stuart: occhi di ghiaccio, sorriso raro e una voce, che accarezza le orecchie, esitando. É lui il nemico pubblico e lo sceneggiatore finale del film, ispirato a I fiori del male, scritto dal «bel Renée».
«Ho frequentato Vallanzasca, temendo di volergli rubare le sue cose. Ai parenti delle vittime dico: sto lavorando per esplorare la complessità del personaggio». Il fatto è che Kim buca lo schermo.